La Basilicata tra declino e rinascita - Quarto rapporto
L’economia della Basilicata nel 2020
Una regione al bivio fra declino definitivo e possibile rinascita
Le linee generali del Rapporto: sintesi e proposte di policy
Il presente Rapporto Annuale non intende nascondere o edulcorare la realtà che le cifre ci espongono, ma porre l’attenzione del policy maker regionale sulla condizione di una regione che si trova su un crinale: da un lato, evidenze strutturali di un declino che potrebbe, dopo i lunghi anni di crisi, accelerare e divenire esiziale. Dall’altro, segnali potenziali di una capacità di ripresa, che vanno però colti e valorizzati da politiche più lungimiranti di quelle fatte sinora. La Basilicata è al bivio.
Per quanto la crisi da Covid, dal punto di vista sanitario, e per ciò che concerne la c.d. “prima ondata” del 2020, sia stata meno pesante che in altre regioni, soprattutto del Centro-Nord (ma ciò non si può dire della seconda ondata, poiché la Basilicata è finita in zona rossa), i dati consegnano uno scenario economico con cifre molto critiche, i cui risvolti sociali sono stati, sinora, attenuati da misure governative, peraltro proposte e supportate dal sindacato, quali il blocco dei licenziamenti, la CIG pandemica, i vari provvedimenti di ristoro alle categorie produttive più colpite, il reddito di emergenza. Nonostante tutto ciò, il Pil regionale del 2020, secondo una stima della Svimez, è risultato in calo di ben il 12,6%, e secondo le stime più aggiornate del modello previsionale dell’Ires Basilicata, che tengono conto degli aggiornamenti del Nadef improntati a stime meno gravi di crisi per l’intera economica nazionale, si potrebbe essere attestato su un (-10,7%). La conseguente devastazione del tessuto produttivo si coglie sui dati relativi ai fallimenti e liquidazioni di imprese: nonostante i provvedimenti governativi di congelamento delle istanze di fallimento e il lungo periodo di inattività dei Tribunali, i fallimenti, nei primi nove mesi del 2020, sono cresciuti del 133% e le liquidazioni di imprese del 14,7% rispetto al corrispondente periodo del 2019.
Il colpo più duro è stato dato dalla componente estera della domanda aggregata, che ha risentito soprattutto della crisi del mercato automotive, il principale settore che sostiene l’export lucano, e dai consumi interni delle famiglie, mentre i dati sui depositi bancari e postali, in aumento del 9,7% nei primi nove mesi dell’anno, evidenziano una ulteriore crescita della già rilevante propensione al risparmio delle famiglie lucane, legata evidentemente ad un clima di incertezza sul futuro che ha sconsigliato i consumi. Peraltro, la domanda di beni durevoli è stata depressa anche dal calo dei prestiti bancari alle famiglie per consumi e mutui. Gli investimenti, dal canto loro, hanno risentito del calo del numero e dell’importo dei bandi per opere pubbliche, segnalando una difficoltà da parte del sistema appaltante (Stato, ANAS, Regione, enti locali) a rispondere con misure anticicliche tempestive. Le crisi di impresa, oggetto di uno specifico focus nel presente rapporto, sono oramai diffuse a macchia d’olio sul territorio regionale. Le rilevazioni effettuate dai rappresentanti di categoria della CGIL regionale parlano di circa 2.000 imprese lucane con vertenze aperte, per oltre 15.000 addetti coinvolti (ovvero circa il 5% delle unità locali extragricole lucane e l’8% dei lavoratori regionali, percentuali assai ragguardevoli, che esprimono in tutta la sua drammaticità la crisi in atto. Appena il 50% di tali crisi sembra avere potenzialità di soluzione favorevole in termini di continuità aziendale. Il cuore delle crisi aziendali risiede in settori più immediatamente colpiti dai provvedimenti sanitari restrittivi legati al Covid, perché più direttamente connessi ai consumi finali ed alle disposizioni amministrative di chiusura delle attività e perché prevalentemente costituiti da micro imprese con minori margini di resilienza rispetto alla crisi: il comparto del commercio, ristorazione, bar e turismo, infatti, concentra il 98,6% delle vertenze ed il 79,1% degli addetti potenzialmente coinvolti.
Molto diffuse sono anche le situazioni di crisi di settori quali il distretto del legno-arredo, che coinvolgono 2.500 addetti, una appendice della lunghissima e mai realmente risolta crisi del relativo distretto. Le conseguenze sociali, come detto, sono state parzialmente attenuate dai provvedimenti governativi supportati dal sindacato, ma non sono affatto secondarie, e, soprattutto, rischiano di esplodere con tutta la loro drammaticità nei mesi a venire, qualora provvedimenti di tutela del lavoro e di contrasto alla povertà dovessero malauguratamente essere rivisti al ribasso. Sul mercato del lavoro, nei primi nove mesi del 2020 le nuove assunzioni sono pari ad appena il 60% del corrispondente periodo del 2019, e ne soffrono di più i contratti a tempo indeterminato. Peraltro, il fenomeno delle conversioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato ha avuto una brusca flessione, dopo la positiva dinamica degli anni scorsi. Il tutto ha comportato una ulteriore precarizzazione di un mercato del lavoro regionale già ampiamente connotato da un ampio bacino di precariato.
Soprattutto, per la prima volta da tanti anni, il saldo fra nuove assunzioni e cessazioni lavorative è negativo, riducendo la base occupazionale lucana di circa 2.500 unità.
L’occupazione complessiva regionale del 2020 è calata in misura relativamente contenuta (-1.000 addetti rispetto alla media del 2019) grazie ai provvedimenti governativi di tutela (soprattutto il blocco parziale dei licenziamenti) con impatti negativi soprattutto in agricoltura (dove si sente l’impatto del lockdown sull’occupazione stagionale nella fase della raccolta) e nei settori più direttamente connessi con la domanda di consumo finale e meno protetti (peraltro con ampie fasce di lavoro precario e stagionale, come il piccolo commercio al dettaglio, ristorazione e bar o la piccola ricettività turistica, per una perdita specifica di comparto di quasi 3.000 occupati). Peraltro, essa cresce in edilizia e nell’industria in senso stretto, settori tipicamente prociclici, per quasi 2.000 addetti.
Il dato occupazionale più preoccupante, però, riguarda il crollo della popolazione attiva. Le forze di lavoro regionali, per vari motivi (emigrazione verso altre regioni di lavoratori lucani, flussi di pensionamento di una popolazione sempre più anziana, caduta in scoraggiamento e quindi in inattività di popolazione in età da lavoro) diminuiscono di ben 8.000 unità e scendono a poco più del 37% della popolazione regionale totale. In altri termini, circa il 63% della popolazione lucana è inattiva, il che ha, ovviamente, dei riflessi strutturali sul tasso di crescita potenziale, che, a parità di livelli di produttività del lavoro, viene depresso.
La caduta verso lo scoraggiamento e l’inattività di fasce di popolazione ha effetti sul tasso di disoccupazione reale, che risulta essere molto più alto di quello “ufficiale” (attestatosi all’8,6%) per via della presenza di popolazione in età da lavoro che non è occupata e che non cerca più una occupazione. Il tasso di disoccupazione reale, includente anche gli inattivi che sarebbero disposti a lavorare, è quindi pari al 10,8%, quasi un punto in più rispetto a quello nazionale.
Rimangono aperti, e potenzialmente accresciuti, i problemi di specifiche fasce: la disoccupazione giovanile raggiunge il 30%, il tasso di disoccupazione femminile è di quasi due punti più alto di quello maschile, un gap di genere notevolmente più intenso di quello medio nazionale. Peraltro, come anticipato, l’impatto sul mercato del lavoro è stato “congelato” dai provvedimenti governativi. La sola CIG pandemica ha probabilmente evitato il licenziamento di circa 3.000 addetti. L’effetto di ciclo, al netto della CIG pandemica, senza il blocco dei licenziamenti, potrebbe valere circa 4.000 addetti. In tutto, un potenziale di 7.000 occupati è stato preservato, perlomeno fino al termine delle misure governative di tutela, dalla perdita del posto di lavoro. Senza tali interventi, il tasso di disoccupazione sarebbe salito dal 10,8% attuale al 12,3%.
I fenomeni di povertà sono in crescita quantitativa: una stima di Ires Basilicata conduce ad un tasso di povertà relativa del 17,4% nel 2020, dal 16% del 2019. Circa il 10% degli individui è in condizione di grave deprivazione materiale, cioè di povertà pressoché assoluta. Soprattutto, cambia il profilo della povertà: accanto a quelli tradizionali, emerge, come sottolinea anche la Caritas Basilicata, un profilo di “nuovissima povertà”, fatta da persone con lavoro e reddito, che però operano nelle fasce più basse del mercato del lavoro, o in famiglie monoreddito (spesso anche donne sole con figli) e non riescono ad accedere a reti sociali di protezione. La povertà educativa crescente è l’altra faccia del problema e rischia di generare, nel futuro, un effetto “palla di neve” di ulteriore aumento dei numeri relativi alla marginalità sociale: i NEET sono quasi un terzo dei giovani lucani, e sono soprattutto donne, aggravando il già rilevante gap di genere sul mercato del lavoro. L’abbandono scolastico, pur essendo ancora poco diffuso, è in crescita. I lavoratori beneficiari di corsi di formazione continua sono ancora troppo pochi. La qualità dell’insegnamento delle principali materie scolastiche abilitanti è preoccupante. La comunità regionale non riesce a rispondere alla sfida della transizione tecnologica, culturale ed economica, rischiando una emarginazione perenne.
Il declino sociale si sovrappone a fenomeni strutturali, esistenti già da prima della crisi, consistenti soprattutto in un calo demografico che ha oramai raggiunto livelli preoccupanti per la sopravvivenza stessa di una comunità regionale nei prossimi anni. Nei primi 10 mesi del 2020, la regione perde infatti quasi 4.600 abitanti, scendendo per la prima volta nella sua storia recente, al di sotto dei 550.000 residenti.
Al saldo naturale strutturalmente negativo, accompagnato da un invecchiamento della popolazione che non ha eguali nel resto del Meridione, si accompagna la ripresa di importanti flussi di emigrazione, soprattutto giovanile e di medio- alto livello di scolarizzazione. In parallelo, la capacità di attrazione di flussi di immigrazione extracomunitaria regolari è molto bassa, impedendo un ricambio demografico
Con tali dinamiche, secondo il modello previsionale Istat, entro i prossimi 40 anni la regione scenderà sotto i 500.000 residenti ed avrà poco meno della metà della popolazione in età geriatrica, con riflessi devastanti sul tasso di crescita potenziale dell’economia, l’abbandono di intere aree (il Senisese, la Collina Materana, l’Alto Basento sono le aree più a rischio di desertificazione) ed il costo dei servizi di welfare.
Naturalmente, in questo scenario così cupo, i segnali di una possibile riscossa non mancano, ma ovviamente sta alla politica, nazionale e regionale, saperli cogliere e valorizzare. Ad iniziare dalla possibile ripresa del Pil del 2021, che potrebbe essere leggermente superiore a quanto previsto nei mesi scorsi, attestandosi attorno al 5%. Si tratta, ovviamente, in larga misura di un rimbalzo congiunturale fisiologico dopo una caduta produttiva dell’intensità di quella registrata, però non solo: i prestiti alle imprese, anche a quelle più piccole, manifestano segnali di ripresa; tale ripresa potrebbe essere sintomatica del riavvio di un processo di investimenti, confortato anche dal fatto che è in aumento l’importazione di macchinari ed attrezzature produttive da parte delle imprese regionali e che, come visto, cresce l’occupazione industriale e nelle costruzioni, settori che tendono ad anticipare il ciclo.
Nel 2021, l’export di autoveicoli dovrebbe riprendere riattivando l’intera filiera di componentisti di prima e seconda fascia, e, sperabilmente, i segnali di crescita registrati nel 2020, provenienti dall’export di prodotti agroalimentari, di legno e prodotti in legno (al netto di quelli dell’arredamento) e di prodotti farmaceutici potrebbero consolidarsi.
I segnali di resilienza da parte della società ci sono: l’incidenza della povertà, sebbene in aumento, è meno grave rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno; anche i dati sulla povertà educativa (NEET, abbandono scolastico) manifestano una certa tenuta, se confrontati con il Sud nel suo insieme. Ma la politica della Regione deve marcare un cambio di passo molto netto rispetto a quanto sinora dimostrato. L’autoreferenzialità e la sostanziale passività in materia di politica industriale di una Giunta, peraltro connotata da gravi fenomeni di crisi politica interna, deve lasciare il posto ad una fase di ascolto e protagonismo dei soggetti della rappresentanza sociale, senza la quale non si va da nessuna parte. I temi veri non sono quelli riferiti alla privatizzazione del Consorzio ASI di Potenza o alla elemosina di qualche royalty in più da parte delle compagnie estrattive. Ma la capacità di elaborare una strategia di insieme, che contenga elementi difensivi (perché la crisi non è ancora passata) e di aggressione alle carenze strutturali del tessuto economico lucano.
In primo luogo, occorre che la Regione insista con il Governo nazionale nella tutela dei soggetti titolari di CIG pandemica. Un eventuale abbandono di tale misura avrebbe effetti disastrosi su migliaia di addetti. Occorrono poi scelte forti di politica industriale, legate anche alla rivendicazione, presso il Mef, di un ruolo della regione nella spesa dei fondi del Pnrr. Occorre infatti, come minimo:
- Puntare sulla Basilicata come hub del Mezzogiorno per lo sviluppo dell’economia ad idrogeno, attraverso un partenariato con la Fca di Melfi ed il suo centro di ricerca lucano, per la sperimentazione e produzione di motorizzazioni ad idrogeno. Ma anche mirare alla possibilità di soddisfare parte del fabbisogno energetico regionale mediante una centrale ad idrogeno;
- Completare l’efficientamento energetico degli immobili pubblici e privati e sviluppare un polo produttivo di componentistica per l’energia;
- Chiudere la partita dell’isolamento infrastrutturale della regione, completando le opere strategiche (manutenzione dei viadotti della Basentana, svincolo di Sicignano, ammodernamento della Potenza-Melfi, completando anche la viabilità a sud di Potenza per pervenire alla connessione diretta fra Lauria e Candela come prolungamento naturale del corridoio transeuropeo nr.8, l’avvio delle opere di manutenzione lungo la SS 653 Sinnica, il completamento dei lavori di ripristino lungo la SS 7, legati alla frana all’altezza di Pescopagano, gli interventi sul corridoio stradale Murgia-Pollino, corridoio trasversale tra l’autostrada A3 in prossimità dello svincolo di Lauria sud e l`autostrada A14, in prossimità dello svincolo di Gioia del Colle, sul versante ferroviario, la realizzazione del braccio ferroviario Matera-Ferrandina). Inoltre, l’opportunità del finanziamento a valere sul Recovery Fund può servire per interventi integrativi di particolare rilevanza strategica, quali la effettiva trasformazione e funzionalizzazione della linea ferroviaria Metaponto- Ferrandina-Potenza-Salerno per renderla a tutti gli effetti una linea ad alta velocità e l’ammodernamento della linea ferroviaria Potenza-Melfi e la sua interconnessione con la linea ad Alta Capacità Napoli-Bari all’altezza della stazione di Candela;
- Riprendere e rilanciare il progetto di Zes jonica, perché i dati mostrano come gran parte dell’interscambio commerciale con l’estero delle imprese lucane avviene via mare (quindi, sul versante materano, tramite il porto di Taranto e quelli di Brindisi e Bari) e perché lo sviluppo di un polo crocieristico su Taranto, opportunamente collegato con il Metapontino e la città di Matera, può avere riflessi importanti sul turismo;
- Identificare le aree di crisi, attuale ma anche potenziale (perché connotate da indicatori di possibile declino futuro del tessuto economico ivi presente) della regione e costruire, su tali aree, piani industriali di riconversione produttiva tramite l’attrazione di investimenti in settori ad elevata prospettiva di crescita nei prossimi anni, mirando gli strumenti agevolativi di riconversione verso tali settori ed aree;
- Puntare su una revisione complessiva del sistema formativo regionale, che abbandoni la logica a catalogo e sperimenti corsi effettivamente rispondenti a fabbisogni espressi dalle imprese (anche pagando le agenzie formative con un sistema di fee basato sulla quota di placement dei discenti), aumentando la quota di formazione continua degli addetti, che deve divenire un diritto/dovere universalistico;
- Potenziare i servizi di conciliazione che consentano di migliorare le prospettive occupazionali femminili, tramite una estensione dei servizi pubblici, ordinari e sperimentali, di cura all’infanzia e prevedendo percorsi formativi, di orientamento ed inserimento al lavoro specifici per segmenti femminili socialmente disagiati (NEET, donne sole con figli);
- umentare l’attrattività del territorio regionale per gli immigrati, prevedendo progetti specifici, di recupero di borghi o di terreni agricoli abbandonati, per il loro inserimento lavorativo, insieme ad una severa lotta contro il caporalato, specie in agricoltura, in edilizia e nei servizi;
- Sviluppare, in una logica di associazionismo dei piccoli Comuni, i servizi socio-assistenziali domiciliari per gli anziani ed i progetti di avvicinamento della sanità ai cittadini (mediante ambulatori territoriali per la cura della cronicità o la riabilitazione e mediante la telemedicina) anche sviluppando una “silver economy” di servizi agli anziani generatrice di potenziali posti di lavoro;
- Lottare con decisione contro il dissesto idrogeologico ed il rischio sismico, mediante progetti di microcantieri, su scala locale, in cui coinvolgere disoccupati o inattivi in condizioni di lavorare, ed investendo sull’edilizia antisismica, anche con la creazione, in partenariato con Unibas, di un polo di R&S di eccellenza sui materiali e le tecniche costruttive antisismiche.
La crescita economica
- Una recessione economica nel 2020 molto pesante (-10,7%) ma lievemente meno grave delle previsioni dei mesi scorsi
- La recessione è stata prodotta soprattutto dal calo dei consumi delle famiglie e delle esportazioni, in misura meno grave da quello, pur consistente, degli investimenti, mentre i consumi delle PPAA, pur se in discesa, sono relativamente più rigidi
- Una ripresa nel 2021 solo parziale (+5%) ma leggermente migliore delle previsioni iniziali, in linea con l’andamento nazionale
Nel rapporto IRES di luglio 2020, sulla base di una stima econometrica sui dati allora disponibili, era stata stimata una riduzione della crescita lucana, nel 2020, pari all’11,2%, con un valore aggiunto che sarebbe tornato sui livelli del 2014.
La previsione formulata dalla Svimez era ancora più severa, con un calo stimato del 12,6%, che riporterebbe il dato su valori inferiori a quelli del 2012.
I dati attualmente disponibili per il 2020 evidenziano un certo miglioramento delle previsioni iniziali. Infatti, il Pil nazionale, che mostra una fortissima correlazione con l’andamento di quello regionale1, migliora negli ultimi due trimestri del 2020, passando da una stima di riduzione del 9,3% a giugno ad una dell’8,9% a dicembre. In questi termini, considerando la forte correlazione con l’andamento nazionale, la recessione della Basilicata potrebbe ridursi lievemente, scendendo dal -11,2% previsto a luglio ad un calo lievemente più moderato, del 10,7%.
Con riferimento alle singole componenti della domanda aggregata, la spesa per consumi delle famiglie dovrebbe aver subito un calo, nel corso del 2020, pari almeno al 10,5%, considerato che tale componente, nel 2018, ha rappresentato il 56% del Pil regionale. Tuttavia, la componente dei consumi esteri (importazioni) è diminuita di quasi il 25%, ed il consumo di beni durevoli finanziato tramite credito al consumo è diminuito del 2,7%.
I consumi delle Amministrazioni Pubbliche, che nel 2018 costituiscono un ulteriore 24% del totale, potrebbero essere diminuiti di circa il 2,5%. In particolare, nel comparto delle opere pubbliche, il numero di bandi, seppur in crescita del 2,9% rispetto al 2019, registra una riduzione degli importi del 4,2%, spostandosi quindi su interventi di più piccola dimensione (prevalentemente di manutenzione stradale e/o di contrasto al dissesto del territorio) con un effetto anticiclico meno rilevante, in una fase in cui, invece, servirebbero investimenti in opere di dimensione finanziaria più importante. L’andamento è quindi antitetico a quello italiano, in cui nel 2020 il numero dei bandi si è ridotto, concentrando però le risorse su appalti di maggiore dimensione finanziaria e più importante impatto sull’economia.
Gli investimenti, in base all’andamento dei prestiti bancari alle imprese2 fra novembre 2019 e novembre 2020 (ultimo dato disponibile) evidenziano un calo del 7,2%.
Nell’insieme, la recessione prodottasi nel 2020 è attribuibile a tutte le componenti di domanda aggregata: in primo luogo al crollo dei consumi delle famiglie lucane, innescato sia dai lockdown che dalle connesse aspettative negative sul reddito futuro. Anche la componente estera ha un peso rilevante, legato al crollo delle esportazioni di automobili, riflesso della più generale grave crisi del settore automotive nel 20203. Anche gli investimenti subiscono una flessione pesante, limitata dal già basso valore iniziale di partenza, e legata alla restrizione in atto del credito bancario. Solo i consumi delle PPAA hanno un andamento relativamente rigido, considerata la fase di crisi, perché costituiti in larga misura da spese già deliberate prima della crisi.
Le previsioni per il 2021 sono difficili da fare al momento attuale: le variabili in gioco sono troppe, ivi comprese la durata della pandemia e l’efficienza della campagna vaccinale in atto, nonché i cambiamenti di politica economica connessi al cambiamento di Governo. La previsione della Svimez di qualche mese fa, per la Basilicata, consisteva in un rimbalzo positivo, puramente congiunturale (cioè da “riapertura”) del 4,5%, quasi perfettamente in linea con il dato italiano (+4,6%). Stante l’allineamento fra dato regionale e nazionale, se si considera che la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza stima un incremento del 6% del Pil, e che ovviamente tale dato sconta sempre un bias di “ottimismo programmatico”, è possibile ritoccare verso l’alto anche le previsioni per la regione, che potrebbero assestarsi attorno al 5-5,5%.
La ripresa sarebbe guidata essenzialmente da una forte crescita dell’export, grazie ad un parziale recupero del mercato automotive e da un incremento significativo degli investimenti pubblici, grazie alla coda della spesa del ciclo di programmazione 2014-2020 dei fondi SIE che, grazie alle misure temporanee messe in campo dalla Ue, rende i fondi disponibili più “mirati” a specifici obiettivi di sostegno al ciclo. Con la riprogrammazione dei fondi strutturali a fine anno 2020 la Basilicata ha potuto infatti utilizzare le risorse a disposizione in funzione anticrisi, sia per fronteggiare l’emergenza sanitaria, sia per venire incontro alle esigenze di imprese e cittadini. L’importo complessivo dell’Accordo sottoscritto con il ministro Provenzano per la riprogrammazione è di circa 151 milioni di euro a valere sulle risorse del Po Fesr e del Po Fse. La Regione si è impegnata a destinare fino a 52,375 milioni di euro per la rendicontazione di spese emergenziali anticipate a carico dello Stato, mentre la restante somma, circa 82 milioni di euro, è stata attivata direttamente dalla Regione, destinandone 72 a PMI e professionisti, 3,8 per il sostegno all’acquisto di materiale informatico per le famiglie a basso reddito e 6 milioni per il sistema sanitario.
Tali interventi anticrisi dovrebbero quindi far sentire il loro effetto sul ciclo nei primi mesi del 2021, anno in cui ci sarà anche, presumibilmente, una accelerazione nell’utilizzo dei fondi SIE già impegnati ma non spesi, un valore non indifferente che, secondo i dati di Open Coesione, è pari a circa 2,23 miliardi di euro, ovvero il 17% del Pil regionale.
L’andamento imprenditoriale
- Un andamento esplosivo del numero dei fallimenti e delle liquidazioni, nonostante le norme nazionali che hanno sospeso i fallimenti durante il primo lockdown, i ritardi di operatività dei Tribunali e le deroghe eccezionali ai requisiti di capitale, con un sistema produttivo in grade degrado
- La crisi si scarica sugli anelli deboli delle filiere: micro imprese a bassa capitalizzazione, operanti nella subfornitura specializzata (spesso monocommittente) o a diretto contatto con il mercato di consumo di prossimità e sui settori più tradizionali: artigianato, agroalimentare, tessile-abbigliamento, indotto del subappalto e lavori specializzati in edilizia, piccolo commercio al dettaglio, pubblici esercizi e micro-ricettività turistica
- Le imprese più capitalizzate e strutturate, in una vera e propria selezione darwiniana, resistono e crescono numericamente, spesso in settori a più alto valore aggiunto, come i servizi alle imprese o i servizi informatici e di Tlc
Nonostante la forte crisi, dai dati camerali non sembrano esservi grandi conseguenze numeriche sul tessuto produttivo lucano: le imprese attive in Basilicata rimangono grosso modo stabili sui livelli del 2019, con una variazione positiva molto modesta, di meno di 100 unità. Va però rilevato che i dati camerali potrebbero nascondere fenomeni di scorporo/fusione di aziende o rami aziendali, ritardi amministrativi o imprecisioni nella registrazione di situazioni di variazione nello status delle imprese.
Il quadro cambia completamente se si osservano i dati relativi ai fallimenti ed alle liquidazioni volontarie di imprese. Nonostante il fatto che le norme emanate dal Governo nel corso della pandemia (improcedibilità dei fallimenti depositati in Tribunale nel periodo marzo-giugno 2020 e deroghe alle disposizioni del codice civile che prevedono la riduzione obbligatoria del capitale sociale e lo scioglimento in caso di riduzione del capitale sociale al di sotto del limite legale) e la chiusura dei Tribunali abbiano creato una riduzione del numero di fallimenti e di liquidazioni nel corso del 2020, tale dato per la Basilicata è addirittura esplosivo, rispetto ai fallimenti (cresciuti del 133% fra novembre 2019 e novembre 2020, con la Basilicata al primo posto fra le regioni italiane per andamento percentuale).
Si conferma quindi un quadro drammatico per la tenuta del sistema produttivo lucano, investito dallo Tsunami della crisi pandemica con molte meno protezioni rispetto alle imprese delle altre regioni, a causa di condizioni di competitività già molto precarie prima della crisi (in termini, soprattutto, di sottodimensionamento e sottocapitalizzazione, scarsa capacità di aggredire i mercati extraregionali, arretratezza tecnologica in molti settori, scompensi finanziari preesistenti, difficoltà peculiari di accesso al credito). E’ prevedibile che, in scadenza dei provvedimenti governativi e in presenza di una ripresa dell’attività dei tribunali, l’andamento delle chiusure e dei fallimenti possa divenire esplosivo.
Dal punto di vista settoriale e tipologico, la crisi si scarica soprattutto sulle imprese minori, quelle posizionate nei punti meno redditizi della catena di valore (spesso nella subfornitura specialistica o nella monocommittenza, o nelle imprese direttamente a contatto con il mercato dei consumi di immediata prossimità, come quelle turistiche o commerciali). Le imprese artigiane e le ditte individuali, le meno capitalizzate, riducono la loro numerosità, con cali concentrati soprattutto nella filiera agroalimentare ed in quella del tessile-abbigliamento, nel subappalto specialistico dell’edilizia e nei lavori edili specialistici ed artigianali, nel piccolo commercio al dettaglio, nelle attività turistico-ricettive e nei pubblici esercizi.
Viceversa, le società di capitale, ovvero le imprese più strutturate e capitalizzate, crescono di numero rispetto al 2019, evidenziando come la crisi abbia prodotto un effetto darwiniano di selezione a favore dei più forti e resilienti. In particolare, tali imprese più robuste in crescita numerica si concentrano nelle posizioni di capo-filiera nelle costruzioni, nel commercio, nei servizi informatici e di Tlc, nei servizi professionali alle imprese.
Il mercato del credito
- Il credito alle imprese, grazie anche alle garanzie pubbliche, è tornato a crescere, specie con l’allentamento del primo lockdown
- Continua ad esservi un rilevante gap fra monte-prestiti alle imprese medio- grandi ed a quelle più piccole, nonostante la buona crescita degli impegni a queste ultime
- Il rischio creditizio delle imprese minori tende a crescere, con un tasso di crediti entrati in default che è di quasi 2 volte superiore allo stock di crediti sani. Ciò implicherà una probabile stretta creditizia a carico delle mini imprese
- Il credito al consumo per le famiglie si riduce, in linea con il calo dei consumi indotto dalla crisi
- La raccolta cresce, come effetto di decisioni prudenziali di risparmio indotte dal clima di incertezza da recessione, aggravando il declino della domanda aggregata. Rispetto al resto del Sud, le famiglie lucane sono caratterizzate da una propensione al risparmio più alta, che danneggia i consumi.
Nel corso del 2020, il credito alle imprese è tornato a crescere, anche grazie ai provvedimenti nazionali che hanno messo a disposizione garanzie pubbliche rilevanti. In particolare, il credito alle attività produttive è cresciuto a partire dall’estate, in corrispondenza con l’allentamento dei vincoli connessi al lockdown. Complessivamente, fra novembre 2019 e novembre 2020 l’aumento dei prestiti alle imprese regionali è del 7,2%.
L’incremento riguarda soprattutto le imprese edili che, come si è visto in precedenza, pur in presenza di una restrizione dei bandi per opere pubbliche, nel comparto dell’edilizia privata residenziale, nel corso del 2020 riscontrano anche un aumento numerico nella fascia delle attività più strutturate e capitalizzate (e più grandi) anche grazie a provvedimenti di stimolo (bonus facciate, super credito di imposta per ristrutturazioni) e quindi riescono ad esercitare un effetto anticiclico.
La crescita più rilevante riguarda i prestiti alle imprese più piccole e minori, soprattutto perché esse costituiscono la parte meno rilevante del monte-impegni delle banche. Le imprese medio-grandi, infatti, assorbono quasi il 70% del totale dei prestiti bancari alle attività produttive regionali.
La discrasia fra la quota dominante dei prestiti alle imprese medio-grandi rispetto a quelle minori, che pure costituiscono circa il 94% del totale delle imprese lucane, dipende da evidenti differenze di volume degli investimenti susseguenti il prestito, ma anche da elementi relativi alla differente distribuzione del rischio di credito. Le imprese più strutturate, pur partendo da un profilo di rischiosità più alto, nel corso del 2020 riescono a ridurre il tasso di decadimento dei prestiti ad un ritmo più veloce rispetto alle imprese minori, che rimangono quindi più rischiose rispetto a nuove domande di prestito. Più basso, e sostanzialmente contenuto, il tasso di decadimento delle famiglie consumatrici, che quindi non presentano profili di squilibrio creditizio particolarmente gravi4.
A differenza del credito alle imprese, e nonostante un livello di rischiosità nettamente più basso rispetto alle attività produttive, il credito alle famiglie, in particolare quello al consumo, diminuisce del 2,7% fra settembre 2019 e settembre 2020, come riflesso della più generale crisi dei redditi e dei consumi delle famiglie lucane, del degrado delle condizioni di stabilità lavorativa e reddituale di molti nuclei familiari e quindi anche della stessa domanda di credito, molto ridotta in una fase di incertezza come quella attuale.
Anche la componente dei prestiti per mutuo destinato all’acquisto di abitazioni diminuisce, nei primi 9 mesi del 2020, del 2,4%, a fronte di un aumento del 4,2% su scala nazionale (a sua volta frutto di un aumento delle surroghe e sostituzioni di mutui indotte dai bassi tassi di interesse), evidenziando quindi la crisi del mercato immobiliare lucano.
La raccolta sotto forma di depositi bancari cresce rapidamente, ovvero del 9,7% fra novembre 2019 e novembre 2020, più rapidamente dei prestiti totali, cresciuti del 4,1% nel medesimo periodo. Di conseguenza, il rapporto fra depositi e prestiti cresce dal 192% di novembre 2019 fino al 202,5% di novembre 2020. Tale incremento è, ovviamente, un dato confortante per le banche, perché ne aumenta, prudenzialmente, la liquidità e la capacità di fare fronte a inattese impennate dei tassi di riscossione dei propri depositi da parte della clientela.
Ma, d’altra parte, il rapido aumento della consistenza dei depositi bancari è la spia evidente di un clima di incertezza da parte di imprese e consumatori, che preferiscono tesaurizzare e risparmiare piuttosto che spendere. Tale comportamento (favorito ovviamente anche dall’impossibilità materiale di spendere nella fase del lockdown) non fa che aggravare la recessione, incidendo sui consumi, quindi sulla domanda aggregata.
Il tasso di risparmio dei lucani, peraltro, rimane inferiore a quello medio nazionale (21,8 euro di depositi bancari e postali per abitante, contro i 33,1 medi italiani) riflettendo un reddito medio pro capite più basso. Tale dato è però superiore a quello dell’Italia meridionale, come conseguenza di una struttura della popolazione lucana più spostata sulle età più avanzate rispetto alle altre regioni del Sud, quindi caratterizzata da una propensione marginale al risparmio maggiore.
Commercio estero
- La grave crisi economica si riverbera in un crollo della domanda interna per consumi e beni intermedi (con un forte calo delle importazioni) e di quella estera (con contestuale calo dell’export). La contrazione dell’interscambio è più pesante della media nazionale, come effetto di una crisi economica più pesante rispetto ad altre regioni
- Tutti i settori accusano flessioni, con particolare riferimento all’automotive (e settori connessi in filiera) ed al mobile imbottito
- Cresce però l’export di prodotti agroalimentari, di legno e prodotti in legno e di prodotti farmaceutici, mentre l’aumento di acquisti dall’estero di macchinari ed attrezzature lascia presagire un rimbalzo congiunturale positivo imminente. L’aumento di export petrolifero è invece connesso all’apertura di Tempa Rossa
- Dal punto di vista geografico, la perdita di competitività estera è registrabile su tutti i mercati più rilevanti, mentre va registrato l’ennesimo incremento della presenza commerciale di prodotti cinesi sul mercato lucano
- L’interscambio commerciale lucano avviene soprattutto via mare, e ciò implica l’esigenza di potenziare le connessioni infrastrutturali con il sistema portuale limitrofo alla regione, dando ulteriori motivi per un potenziamento del progetto di Zes
Nei primi 9 mesi del 2020, il commercio estero lucano si contrae ad un ritmo superiore a quello nazionale, sia sul versante delle importazioni, che risentono del calo dei consumi interni dovuto al lockdown ed alla recessione, sia su quello delle esportazioni, che naturalmente risentono della chiusura delle attività produttive delle imprese export-oriented durante il lockdown e della contrazione dei mercati internazionali.
Come detto, la riduzione del commercio estero in Basilicata è più accentuata della media nazionale, ma anche di quella meridionale, e ciò costituisce un indicatore chiaro di una maggior gravità della recessione del ciclo economico lucano rispetto alle altre regioni, persino a quelle del Sud (cfr. capitolo 1).
Rispetto ai settori produttivi, quasi tutti hanno il segno negativo. Sul versante delle importazioni, pesa il calo degli acquisti dall’estero di prodotti agricoli (-31,8%) ed agroindustriali, di quelli legati all’indotto produttivo della Fca di Melfi (-51,5% di importazioni di prodotti in gomma e plastica, -43% di import di metalli e prodotti in metallo), nonché la forte contrazione di acquisti di computer, prodotti elettrici, elettronici, ottici e di autoveicoli, come effetto della crisi dei consumi. Solo le importazioni di prodotti chimici hanno un lieve aumento. Quindi le importazioni riflettono l’andamento negativo sia dei consumi finali di merci estere da parte delle famiglie, sia dei consumi intermedi delle imprese, fermate dal lockdown.
E’ però importante l’aumento del 7,8% di importazioni di macchinari ed apparecchiature industriali, che potrebbe lasciar presagire qualche rilevante investimento produttivo in vista della ripresa economica nel 2021
Sul versante dell’export, pesa soprattutto la forte flessione dell’automotive (-29%) legato alla crisi di mercato ed alla chiusura temporanea dello stabilimento di Melfi e del settore del mobile imbottito (-11%) che torna ad essere in forte crisi di posizionamento sui mercati internazionali.
Fra gli altri settori export oriented della regione, invece, va rilevata la buona prestazione di quello agroalimentare: il comparto primario resiste, con una riduzione di export di appena 0,6 punti, mentre quello dell’industria di trasformazione, addirittura, cresce del 19,3% rispetto ai primi nove mesi del 2019, in controtendenza rispetto agli altri comparti dell’economia. Ciò, in un anno difficile come il 2020, costituisce senz’altro un segnale molto positivo per la filiera agrifood lucana, sempre più internazionalizzata. Inoltre, cresce in misura molto rapida l’esportazione di petrolio greggio dalla Val d’Agri, grazie all’avvio a produzione del giacimento di Tempa Rossa.
Infine, va segnalato l’aumento di vendite all’estero di legno e prodotti in legno e carta e di prodotti farmaceutici (un settore che, con il Covid, ha avuto uno slancio particolare e, in termini di politiche industriali, è da ritenersi molto interessante anche per il futuro).
Dal punto di vista delle origini e destinazioni geografiche, il commercio estero lucano, nei primi nove mesi del 2020, vede una forte contrazione delle relazioni con gli altri Paesi dell’area euro, che ne sono i principali partner (soprattutto Germania, Francia, Spagna e Benelux) e, a tassi simili, anche dei rapporti di import-export con gli Stati Uniti ed il Canada, seconda area commerciale per importanza (legata peraltro in modo pressoché esclusivo al settore automotive ed all’agroalimentare). Crescono molto le importazioni dall’Asia orientale, soprattutto dalla Cina, che riesce a penetrare facilmente il mercato lucano con i suoi prodotti a basso costo, mentre invece l’export verso il Paese del Dragone, nonostante il fatto che durante il 2020 sia stato l’unico al mondo a registrare tassi di crescita del suo Pil, è in riduzione, segno di una difficoltà competitiva delle imprese lucane su tale mercato (nonostante i numerosi tentativi di penetrazione commerciale, non ultimo quello fatto dal distretto del mobile imbottito).
Da registrare anche il boom delle importazioni provenienti dall’Australia, sebbene ancora con valori assoluti relativamente marginali.
Di converso, va registrato l’aumento delle esportazioni della Basilicata verso i Paesi europei non facenti parte della Ue, di fatto l’unica area geografica in cui, nel corso dei primi nove mesi del 2020, l’economia lucana riesce ad espandersi. Tale risultato è da attribuire soprattutto alle vendite in Turchia, quasi quintuplicate rispetto al corrispondente periodo del 2019 (come effetto, però, di un movimento intergruppo Fca di parti di autoveicoli, cioè di componenti fabbricate a Melfi e dirette verso gli stabilimenti turchi del gruppo automobilistico per l’assemblaggio finale, quindi si stratta di una espansione rispondente ad una logica di filiera aziendale e non destinata al mercato interno turco) e, in misura minore, in Norvegia (quasi triplicate) ed in Gran Bretagna.
Il quadro complessivo, quindi, è quello di un regresso commerciale su tutti i mercati, sia quelli tradizionali sia quelli emergenti (quale il mercato cinese) che risponde ad una più generale condizione di insufficiente competitività del sistema produttivo lucano.
Un altro modo interessante di approcciare il tema è l’analisi del commercio estero lucano per modo di trasporto utilizzato. Contrariamente a ciò che si può pensare, l’import/export lucano avviene soprattutto via mare. Il trasporto su gomma è meno rilevante ed in riduzione.
La società
- la Basilicata è tornata appieno in una fase di declino strutturale dei suoi assetti demografici. Nei primi 10 mesi del 2020, la regione perde infatti quasi 4.600 abitanti, scendendo per la prima volta nella sua storia recente, al di sotto dei 550.000 residenti.
- Al saldo naturale strutturalmente negativo, accompagnato da un invecchiamento della popolazione che non ha eguali nel resto del Meridione, si accompagna la ripresa di importanti flussi di emigrazione, soprattutto giovanile e di medio- alto livello di scolarizzazione
- La capacità di attrazione di flussi di immigrazione extracomunitaria regolari è molto bassa, impedendo un ricambio demografico
- Con tali dinamiche, entro i prossimi 40 anni la regione scenderà sotto i 500.000 residenti ed avrà poco meno della metà della popolazione in età geriatrica, con riflessi devastanti sul tasso di crescita potenziale dell’economia, l’abbandono di intere aree (il Senisese, la Collina Materana, l’Alto Basento sono le aree più a rischio di desertificazione) ed il costo dei servizi di welfare
- Emerge una nuova povertà, costituita anche da persone, italiane, che lavorano ed hanno un reddito, spesso addirittura una casa di proprietà, ma sono precarizzate o lavorano a basso salario o in famiglie monoreddito e sono prive di reti sociali, formali o informali, di protezione. Spesso sono donne, a volte con figli a carico. Il welfare regionale è ancora troppo poco esteso. Servizi essenziali come quelli di cura all’infanzia, di conciliazione dei tempi di lavoro e di vita e di supporto alla terza età sono ancora troppo poco diffusi.
- Questa nuova povertà si va a sommare a quella tradizionale (disoccupati, ex detenuti, persone con dipendenze, anziani soli con pensione sociale, disabili) ed oramai il tasso di povertà relativa sfiora quasi un lucano su cinque. Se dovessero venire meno alcuni sostegni pubblici pensati per la pandemia (ad es. la CIG pandemica) la situazione, già drammatica, potrebbe degenerare in modo brusco ed inarrestabile.
- La povertà educativa è l’altra faccia del problema: i NEET sono quasi un terzo dei giovani lucani, e sono soprattutto donne, aggravando il già rilevante gap di genere sul mercato del lavoro. L’abbandono scolastico, pur essendo ancora poco diffuso, è in crescita. I lavoratori beneficiari di corsi di formazione continua sono ancora troppo pochi. La qualità dell’insegnamento delle principali materie scolastiche abilitanti è preoccupante. La comunità regionale non riesce a rispondere alla sfida della transizione tecnologica, culturale ed economica, rischiando una emarginazione perenne.
Demografia
Come già preannunciato nel rapporto IRES di luglio, la Basilicata è tornata appieno in una fase di declino strutturale dei suoi assetti demografici. Nei primi 10 mesi del 2020, la regione perde infatti quasi 4.600 abitanti, scendendo per la prima volta nella sua storia recente, già ad agosto, al di sotto dei 550.000 residenti.
Ad alimentare tale fenomeno vi è un dato oramai strutturale e di lungo periodo, ovvero il saldo naturale negativo legato al calo della natalità (i nati vivi nei primi 10 mesi del 2020 sono 117 in meno rispetto al corrispondente periodo del 2019). Un calo connesso (al netto di fattori quali gli stili di vita) all’invecchiamento dell’età media della popolazione lucana ed alle prospettive economiche e reddituali incerte per le famiglie, che sconsigliano di far nascere figli.
A ciò, però, si somma anche la ripresa di importanti flussi di emigrazione, un fenomeno che nei primi anni 2000 si era moderato, e che a partire dal 2011-2012 è riemerso, coinvolgendo soprattutto i giovani (non di rado quelli a più alta scolarizzazione, con la scelta di una Università extraregionale come passo iniziale dell’abbandono della propria terra) e si è via via sempre più intensificato. Nei primi 10 mesi del 2020, sono emigrati quasi 9.000 lucani.
La debole attrattiva verso la regione neutralizza anche l’apporto dell’immigrazione extracomunitaria: nei primi 10 mesi dell’anno, si iscrivono ai registri anagrafici lucani meno di 6.600 persone. I cittadini stranieri residenti sono appena il 4,1% del totale della popolazione, a fronte dell’8,4% su scala nazionale. Fuori da fenomeni patologici come il caporalato in agricoltura, la regione non riesce ad offrire occasioni di inserimento lavorativo regolare agli immigrati, non fruendo quindi dell’apporto di popolazione giovane5.
In tali condizioni, il declino demografico della regione continuerà, sia in termini di ulteriore riduzione del numero dei residenti, sia in termini di invecchiamento medio. I dati previsionali dell’Istat (scenario intermedio) sono chiari a tal proposito. Entro i prossimi 40 anni, con gli andamenti attuali, la popolazione lucana scenderà fino a 464.000 abitanti, con una quota di ultrasessantaquattrenni che, dal 27% attuale, salirà fino al 43%, cioè poco meno della metà degli abitanti.
Le conseguenze non potranno che essere catastrofiche, in primis rispetto alla densità abitativa. La densità demografica, se le previsioni dovessero avverarsi, scenderebbe dai 54,9 abitanti per chilometro quadrato attuali, dato già gravemente sottodimensionato rispetto alla media nazionale (che è di 200,7 abitanti per chilometro quadrato), fino a 46,4 nel 2050.
Le conseguenze sullo spopolamento delle aree interne, quindi sugli equilibri idrogeologici e sulla stessa sopravvivenza di molti piccoli Comuni, sarebbero devastanti. In particolare, se si considerano i dati storici dal 1951 al 2019, a rischio di spopolamento vi sono le aree della Val Sarmento-Serrapotamo, della Valle del Sinni e della Collina Materana, ma anche, in misura meno grave, alcune aree dell’Alto Basento e del Vulture. Tutte zone, peraltro, ad elevato rischio di dissesto idrogeologico, dove, quindi, l’abbandono demografico e delle aree agricole aggrava i fenomeni di degrado del territorio e tutte zone caratterizzate da Comuni piccoli o piccolissimi, che rischiano quindi di scomparire definitivamente. Solo il Comune di Matera e la costa metapontina registrano aumenti demografici.
L’invecchiamento della popolazione è l’altra faccia del declino demografico. L’età media è 45,7 anni contro i 45,2 dell’Italia. Il confronto con i dati del Censimento 2011 evidenzia un progressivo invecchiamento della popolazione, con ritmi superiori alla media nazionale. Tutte le classi di età sotto i 50 anni vedono diminuire il proprio peso relativo rispetto al 2011. Uno svuotamento particolarmente rapido si nota nelle classi di età comprese fra i 35 ed i 39 anni ed i 40-44 anni, cioè le classi di età tipicamente più produttive sul lavoro, mentre la classe 65-69 anni aumenta in modo particolarmente rapido, man mano che vi giunge la generazione dei baby boomers.
Di conseguenza, l’indice di dipendenza degli anziani, che misura di quanto la popolazione non più attiva per raggiunti limiti di età pesa sulla popolazione in età da lavoro, che nel 2011 era inferiore alla media nazionale, nel 2019 cresce fino a raggiungerla, evidenziando un netto peggioramento degli equilibri fra popolazione attiva, che genera reddito con il suo lavoro, e popolazione in pensione, che ne assorbe la quota legata ai trattamenti previdenziali. Tale parametro, nel lungo periodo, ha un effetto distorsivo molto evidente, perché incide negativamente sulla produttività media della popolazione, poiché aumenta quella inattiva, ed indica fenomeni crescenti di disagio sociale legati al mantenimento degli anziani da parte di una percentuale in riduzione di attivi.
L’apporto dei cittadini stranieri, che potrebbe ringiovanire la struttura demografica è, come detto in precedenza, modesto. L’età media degli stranieri è più bassa di 12,3 anni rispetto a quella degli italiani (33,9 anni contro 46,2 nel 2019). Tra gli stranieri, l’indice di dipendenza, ovvero la quota di popolazione in età non lavorativa (con meno di 15 anni o con 65 anni e più) rispetto alle persone in età da lavoro (15-64 anni) è pari al 22,4%mentre tra gli italiani è il 56,1%. Se ci si limita alla componente a carico in età 65 e più, i precedenti valori sono, rispettivamente, 4,3% e 38,0%. Anche la popolazione straniera è comunque sottoposta ad un processo di invecchiamento, con un aumento della quota di popolazione di oltre 50 anni che sale dal 14,0% del 2011 al 18,9% del 2019.
Normalmente, i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento sono strettamente correlati fra loro, perché l’età media è più alta nei Comuni sottoposti al più rapido declino numerico di popolazione. Così, nel Comune di San Paolo Albanese, uno degli epicentri del declino demografico, l’età media della popolazione raggiunge il ragguardevole numero di 58 anni.
Da quanto sopra esposto, è quindi evidente che la questione demografica è centrale per il futuro della regione, poiché, nell’immediato, deprime la produttività media e quindi la crescita potenziale dell’economia regionale, nel medio periodo accentua fenomeni già in atto di abbandono di borghi e realtà storiche, di dissesto idrogeologico, incide sui redditi delle famiglie, sempre più alle prese con il mantenimento di anziani, impone scelte di policy volte, da un lato, a favorire la natalità (anche tramite una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia) e, dall’altro, a sviluppare maggiormente i servizi per gli anziani, specie di tipo socio assistenziale. Nel lungo periodo, tale fenomeno, semplicemente, rischia di generare la sparizione definitiva della regione.
Si pongono quindi delicate priorità di policy: la Regione deve lavorare per sostenere la natalità in continuo calo, sia attraverso trasferimenti finanziari alle famiglie, sia tramite una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia, che sono presenti appena nel 41% dei Comuni potentini ed il 32,3% di quelli materani, a fronte di una media nazionale del 58%, ma anche alleviare le famiglie dal carico degli anziani, diffondendo maggiormente l’assistenza domiciliare integrata, che oggi copre appena lo 0,8% degli anziani potentini e l’1,1% di quelli materani.
La povertà ed il disagio sociale
Ci sono due fotografie molto diverse del problema storico del disagio sociale in Basilicata: quella prima del Covid e quella dell’era del Covid. L’immagine pre-Covid della povertà in Basilicata era quella di un fenomeno in qualche modo “coperto” dalla dignità di una società contadina, in cui i vincoli familiari e comunitari di solidarietà, mediati anche da istituzioni come la Chiesa, in qualche modo evitavano l’emergere dei sintomi più evidenti e chiaramente visibili dell’indigenza.
Era una povertà “discreta”, nascosta fra le mura familiari o nei centri di accoglienza e di servizio, e si estrinsecava soprattutto su fasce ben precise di popolazione: anziani con pensione al minimo o sociale, spesso residenti nelle aree interne, fasce di lavoratori particolarmente dequalificati, precarizzati in filiere a basso valore aggiunto (ad es. quella edile o dei servizi elementari alla persona) o disoccupati di lungo periodo, con relativa perdita degli skill lavorativi di base, nella maggior parte dei casi a carico dei vari strumenti di sostegno nazionali e regionali (come il vecchio Copes), immigrati, soprattutto non europei, settori sociali di marginalità acuta (vittime di dipendenze, ex detenuti, handicappati o disabili al lavoro).
Era anche una povertà multidimensionale, perché non coinvolgeva soltanto l’aspetto prettamente monetario, ma anche quello educativo e culturale, con l’ampio bacino di NEET, di lavoratori privi di servizi di formazione continua efficienti e diffusi, di resistenza di uno zoccolo di sottoeducazione, specie fra gli anziani. E coinvolgeva l’aspetto delle relazioni sociali, particolarmente rarefatte e, quindi, non in grado di coinvolgere l’individuo caduto in povertà in una rete di opportunità di recupero e rilancio.
La povertà dell’era del Covid, dal canto suo, accentua ed aggrava tale fenomeno, andando a colpire anche fasce sociali che non lo avevano mai sperimentato in precedenza. Il dossier della Caritas segnala che, fra i beneficiari dei servizi erogati da tale ente, figurano ceti medi impiegatizi (specie provenienti dai settori più in crisi, come il turismo, i pubblici esercizi, i trasporti, il commercio) nonché liberi professionisti, piccoli imprenditori in crisi, artigiani o commercianti, persino dipendenti pubblici di basso profilo professionale e reddituale.
Non è più una povertà causata dall’assenza di lavoro o dall’insufficienza di lavoro. E’ principalmente una povertà nel lavoro, una working poverty, che colpisce anche chi lavora a tempo pieno ed ha un reddito costante, ma insufficiente. Infatti, il 57% dei beneficiari di interventi della Caritas si ritrovano con redditi presenti, ma per entità insufficienti per soddisfare ogni tipologia di bisogno ordinario (spesa per l’acquisto di generi alimentari, per necessità della casa, per l’istruzione dei figli, per le spese sanitarie, ecc.).
Solo il 24% invece si ritrova in una condizione di alcun reddito come nel caso di completa disoccupazione in un nucleo familiare o in soggetti che vivono da soli (celibi/nubili, separati/divorziati, vedovi) e magari con figli a carico. Appena il 4% dei casi è bisognoso di un intervento per via di impossibilità (o scarsa probabilità) di regolare periodicamente dei debiti contratti ed un 3% riguarda problemi di impossibilità straordinaria dovuta a spese improvvise come: malattie, decessi, processi, viaggi, ecc.
Questa nuova povertà “dentro il lavoro” è, secondo il dossier della Caritas, legata a due fattori cruciali di vulnerabilità: l’assenza di un reddito costante o di entità sufficiente e l’assenza di una rete sociale di protezione, in grado di coprire l’individuo nelle fasi di maggiore difficoltà: “con la crisi economica degli ultimi anni, accentuata poi dalle restrizioni economico-sociali dettate dal COVID-19, è emersa una “nuovissima” forma di povertà. In tal caso, nonostante una diponibilità economica, i soggetti sono privi di una rete sociale di protezione in grado di sopperire alle proprie difficoltà economiche (se pur momentanee). In questo caso, è facile che le risorse economiche a loro disposizione (per esempio i risparmi) possono esaurirsi in un arco di tempo medio. Queste persone, avendo un reddito non sono annoverabili come poveri ma hanno comunque dei bisogni importanti. I “nuovissimi poveri” sono coloro che in una condizione normale non presentano alcuna probabilità di rientrare nel vortice della povertà ma un evento eccezionale comporta una traslazione di status. I nuovissimi poveri sono coloro che non si avvalgono (o non si possono avvalere per mancanza di requisiti) di una protezione sociale”.
Di conseguenza, accanto al povero “tradizionale”, c’è un nuovo povero, essenzialmente un lavoratore precario con bassa protezione sociale, ed addirittura, come conseguenza della crisi da Covid, un “nuovissimo” povero, cioè un lavoratore o un imprenditore, non precario, ma comunque non in grado di percepire un reddito sufficiente a coprire i propri bisogni primari.
Più nello specifico, sulla base della rilevazione effettuata dalla Caritas, il povero lucano dell’era Covid ha le seguenti caratteristiche salienti:
- il 69% vive in una famiglia monoreddito;
- il 68% circa vive in un immobile di proprietà, quindi viene da una condizione socio- economica non assimilabile a quella della povertà pre-Covid;
- Il 55,5% è di sesso femminile;
- il 20% è cittadino straniero;
- il28% non ha concluso il ciclo della scuola dell’obbligo.
Le persone intervistate che vivono da sole sono il 30% ed il 60% di questi ha un’età superiore ai 60 anni, presumibilmente trattandosi di anziani vedovi. Quantitativamente, gli ultimi dati statistici disponibili al 2019 parlano di un 16% di popolazione regionale in condizioni di povertà relativa6, mentre l’8,9% è in condizioni di grave deprivazione materiale7, una condizione di povertà più grave rispetto a quella relativa. Sono dati superiori alla media nazionale, anche se meno gravi rispetto al resto delle regioni meridionali, e si sostanziano nei seguenti valori assoluti al 2019:
- Circa 89.370 lucani sono in povertà assoluta;
- Circa 49.600 lucani vivono in condizioni di grave deprivazione materiale.
E’ difficile stimare, in termini quantitativi, l’ulteriore aumento della povertà indotto, nel corso del 2020, dalla crisi da Covid. Una indicazione, peraltro affetta da sottostima, deriva dal numero di nuove richieste di reddito o pensione di cittadinanza (non tutti quelli che cadono in povertà chiedono tale strumento, o lo chiedono immediatamente, quindi le variazioni delle istanze di accesso al reddito o alla pensione di cittadinanza sono un sottoinsieme della variazione di “nuovi poveri”).
Nel corso del 2020, le persone che hanno fruito, in Basilicata, di almeno una mensilità di reddito o pensione di cittadinanza sono cresciute di quasi 5.000 unità rispetto al 2019. Considerando la sottostima evidenziata di tale misura, è quindi probabile che almeno 8.000 persone siano cadute in povertà relativa, sommandosi alle quasi 90.000 del 2019, che difficilmente, in un anno così difficile, possono essere uscite dalla loro condizione.
E’ quindi possibile che l’indice di povertà relativa sia passato dal 16% del 2019 al 17,4% nel corso del 2020.
Rimane ovviamente la multidimensionalità del tema della povertà, che, per la Basilicata, si traduce principalmente in termini di povertà educativa. I NEET, cioè i giovani che non lavorano e non partecipano ad alcuna attività di formazione o educazione sono, in Basilicata, circa 35.600, nella fascia di età compresa fra i 15 ed i 34 anni, grosso modo sugli stessi valori assoluti del 2019 (ma con una incidenza percentuale sul totale dei giovani di quella fascia di età in crescita, dal 28,9% del 2019 al 29,5% del 2020). Essi costituiscono quasi il 30% del totale dei loro coetanei, con una differenza di genere molto marcata: fra le giovani donne, tale percentuale è di oltre un terzo e tale condizione di svantaggio è estremamente impattante per le opportunità di lavoro ed autonomia delle donne.
Peraltro, mentre fra 2016 e 2020 il tasso dei NEET diminuisce di circa due punti a livello di intero Mezzogiorno e nazionale, in Basilicata, dopo un calo nel 2018, l’incidenza percentuale dei NEET torna a salire nel 2019 e nel 2020, segnalando quindi come le azioni di policy, incentrate sul Fse, abbiano particolare difficoltà ad incidere sullo zoccolo duro di tale esclusione formativa e lavorativa.
Il bacino dei NEET è alimentato anche dal fenomeno dell’abbandono scolastico che, pur riguardando in Basilicata una percentuale inferiore di giovani rispetto al resto del Mezzogiorno, negli ultimi anni segnala un preoccupante fenomeno di crescita, in controtendenza rispetto alla diminuzione registrata su scala nazionale e meridionale. C’è quindi un fenomeno di degrado della capacità di retention del sistema educativo, legato all’impoverimento, alla contrazione demografica, specie nei piccoli Comuni interni, che produce chiusure di scuole o riduzione dei servizi scolastici e quindi maggiore difficoltà di permanenza nel sistema educativo, alla non ottimale efficacia dei progetti di contrasto al fenomeno, nonostante il fatto che esso sia fra i target della spesa dei cicli 2007-2013 e 2014- 2020 dei fondi strutturali e sia anche oggetto di specifici progetti nazionali.
Fuori dai percorsi scolastici, la formazione continua degli adulti, in un mercato del lavoro sottoposto a continue pressioni verso il cambiamento dei profili e delle competenze professionali, è uno strumento fondamentale per consentire alla popolazione attiva di rimanere competitiva e di difendere le sue posizioni lavorative e reddituali.
Da questo punto di vista, la Basilicata ha solo un 7% di adulti che partecipano ad attività di formazione continua, ben al di sotto dell’8,1% nazionale, un dato largamente insufficiente a garantire ai lavoratori lucani una protezione dagli effetti potenzialmente negativi del cambiamento tecnologico ed organizzativo nel mondo del lavoro. La formazione permanente dovrebbe essere un diritto/dovere fondamentale dell’individuo, garantendogli la possibilità di parteciparvi adeguatamente.
Accanto all’abbandono dei percorsi di studio, vi è il dato relativo alla qualità dei percorsi per chi rimane dentro il sistema. Anche da questo punto di vista, le valutazioni dell’indagine Ocse-Pisa non sono incoraggianti: la Basilicata ha punteggi negativi su tutte le voci di insegnamento fondamentale (italiano, matematica, inglese).
E’ evidente che ci sono problemi di aggiornamento professionale del corpo docente, di valutazione, di investimento in supporti didattici, anche di tipo digitale e multimediale, su cui la scuola lucana deve misurarsi presto, al fine di evitare di rimanere dentro il limbo del Mezzogiorno, perché un capitale umano che non possiede gli strumenti formativi di base non può che impedire la ripresa della crescita economica ed occupazionale e riverberarsi negativamente su quella civile e sociale.
Il mercato del lavoro
Le forze di lavoro
Fra 2019 e 2020, le forze di lavoro9 della Basilicata diminuiscono di circa 8.000 unità, ad un tasso che, in linea con quanto avviene in tutto il Mezzogiorno, è più rapido della media italiana. Vi concorrono sia i fenomeni di emigrazione di popolazione in età da lavoro, esaminati nei paragrafi precedenti, sia fisiologici processi di invecchiamento che portano quote di popolazione ad entrare in pensione, sia fenomeni di caduta in inattività involontaria (cioè in una condizione in cui non si lavora e non si effettuano, per scoraggiamento, azioni di ricerca di un lavoro).
Le forze di lavoro rappresentano oramai il 37,3% della popolazione regionale totale, un valore inferiore a quello nazionale (41,8%) anche se lievemente migliore di quello meridionale (35,2%). Quasi i due terzi della popolazione lucana sono quindi in condizioni di inattività, e ciò costituisce un vincolo di natura strutturale rispetto alle capacità potenziali di crescita economica della regione.
Dal punto di vista anagrafico, la Basilicata ha una quota prevalente di forze di lavoro relativamente anziane (nella fascia di età compresa fra i 55 ed i 64 anni) per via della struttura per età della sua stessa popolazione. Ciò significa che vi è una quota più alta di persone che, se occupate, sono più difficili da riconvertire o aggiornare con corsi di formazione, e se non occupate o inattive sono più difficili da reinserire nel circuito lavorativo.
In altri termini, l’investimento necessario per riqualificare e aggiornare una forza-lavoro più spostata su classi di età avanzate è maggiormente oneroso e faticoso.
Gli occupati
L’occupazione in Basilicata, nel corso del 2020, diminuisce dell’1,3% rispetto al dato del 2019, con una perdita, in valore assoluto, di poco meno di 1.000 addetti. Il calo è percentualmente leggermente meno consistente rispetto a quello registrato nel resto del Sud e del Paese, che si attesta attorno al 2%, ma non per questo è meno preoccupante. Infatti, la flessione occupazionale lucana è stata ampiamente mascherata, come si è visto nei paragrafi precedenti, dall’emigrazione (nei primi 10 mesi del 2020 si sono perse quasi 9.000 persone per emigrazione, molte delle quali in età lavorativa) e dall’ampia espansione dell’area dell’inattività e dello scoraggiamento lavorativo.
L’occupazione segue un andamento strettamente legato all’epidemia: nel primo trimestre dell’anno, crolla sotto le 184mila unità, sia per un effetto stagionale (l’occupazione in Basilicata diminuisce sempre nel primo trimestre, perché la stagione agricola e quella turistica non sono ancora iniziate e perché cala anche, per motivi climatici, l’attività edile) sia per colpa del lockdown. A partire da aprile, in corrispondenza con la parziale riapertura dell’economia, l’occupazione risale fino a 190mila addetti, recuperando i livelli di giugno 2019, per poi flettere nuovamente nel quarto trimestre, in corrispondenza con l’arrivo della seconda ondata del virus, fino a 189 mila addetti circa.
In termini settoriali, la flessione più importante, in valore assoluto, è stata quella dei servizi più prossimi al mercato di consumo finale, colpiti, ovviamente, dal lockdown e dai suoi effetti sulla domanda: commercio, alberghi e ristoranti perdono complessivamente quasi 3.000 addetti. Anche l’agricoltura riceve una forte contrazione occupazionale legata al fatto che parte del lockdown si è posizionata all’inizio della stagione della raccolta, in cui si crea la maggior parte dell’occupazione, sia pur stagionale, in tale comparto.
Dette perdite sono state parzialmente compensate dall’aumento di occupazione industriale, sia nell’industria in senso stretto, grazie a settori ancora vitali, come l’automotive ed il suo indotto, l’agrifood e (benché con piccoli numeri occupazionali) il comparto estrattivo, che nell’edilizia.
Tali andamenti settoriali mostrano la validità dei provvedimenti di tutela, come la CIG pandemica, che hanno evitato flessioni occupazionali nei settori in cui si fa più ricorso a tale tipologia di ammortizzatore sociale.
L’occupazione per classe di età, come del resto in tutto il Paese, si riduce maggiormente fra gli addetti più giovani, ovvero nella classe di età 15-24 anni ed i nquella 25-34 anni (anche se in termini meno pesanti rispetto al resto del Paese, per via della minore presenza di occupati giovani in una regione demograficamente anziana). Crescono invece gli addetti con più di 55 anni, ed addirittura anche quelli con 65 anni e più. La crisi economica tende quindi ad aggravare le condizioni di accesso al mercato del lavoro per i più giovani, che teoricamente sono anche i più produttivi, aggravando gli squilibri anagrafici del mercato del lavoro lucano.
Seguendo un andamento nazionale, a diminuire maggiormente nel 2020 è l’occupazione maschile, perché le lavoratrici tendono ad essere più concentrate nei settori più rigidi rispetto al ciclo (ad esempio la P.A.). Tuttavia, il gender gap nel mercato del lavoro lucano continua ad essere molto consistente. Le lavoratrici costituiscono solo il 37% del totale degli occupati, dato del tutto allineato con la media meridionale (rispetto alla quale, però, in passato la Basilicata aveva un certo vantaggio – si è cioè verificato un degrado della condizione occupazionale femminile in regione) a fronte del 42% nazionale.
L’andamento per titolo di studio degli occupati ci parla in maniera diretta del rischio connesso alla povertà educativa, di cui si è discusso in precedenza: la riduzione percentuale dell’occupazione regionale fra 2019 e 2020 è inversamente proporzionale al titolo di studio posseduto dagli occupati. Diminuisce infatti l’occupazione di chi ha i titoli di studio più bassi. Quella dei laureati o post-laureati, in un anno di crisi così pesante, tende addirittura a crescere. L’esclusione scolastica è quindi la porta della marginalità sul mercato del lavoro, e tale dato inverte una certa retorica secondo la quale ci sarebbero “troppi laureati”. L’accesso all’Università va favorito, ovviamente per chi è meritevole e vuole studiare, non ridotto.
Dinamica delle assunzioni e delle cessazioni
I dati di fonte Inps sulla dinamica dei contratti di lavoro nei primi nove mesi del 2020 forniscono ulteriori informazioni complementari circa le dinamiche dell’occupazione.
L’ampiezza della crisi economica si misura dal crollo delle assunzioni totali, che nei primi nove mesi del 2020 sono appena il 60% di quelle del 2019 e raggiungono il punto più basso degli ultimi sette anni. Il crollo è, ovviamente, concentrato nei mesi del lockdown invernale.
Tutte le tipologie di contratto sono ovviamente in forte calo rispetto ai primi nove mesi del 2019. Diminuiscono in misura meno consistente le assunzioni stagionali, perché il periodo estivo ha coinciso con riaperture generalizzate e la parziale ripresa del settore turistico, ma a soffrire di più sono stati i contratti intermittenti, per la maggiore difficoltà delle imprese, a fronte delle insicurezze circa la possibile nuova chiusura delle attività, a programmare il lavoro su periodi di tempo consistenti.
I nuovi contratti a tempo indeterminato e quelli a termine scendono in misura analoga, mentre le conversioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato, interrompendo un trend di crescita precedente (indotto anche dai nuovi vincoli sui contratti a termine introdotti dal Decreto Dignità, oltre che dal miglioramento, dia pur lento, del contesto produttivo), nel 2020 calano in misura vistosa, in corrispondenza con il peggioramento netto del clima economico delle imprese.
La Basilicata rimane, così, una regione ampiamente dominata dal precariato. I nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono soltanto il 16,7% del totale, a fronte del 19,6% nazionale, e sono in forte calo, dal 37,3% di un anno comunque economicamente non facile come il 2014. La crisi sta ulteriormente precarizzando il lavoro di una regione già precaria.
Sul versante delle cessazioni, nonostante un anno produttivamente drammatico, esse registrano un calo del 21,3% rispetto al corrispondente periodo del 2019, come effetto del blocco dei licenziamenti deciso dal Governo, prorogati con legge di bilancio fino al 31 marzo 202110. Quasi paradossalmente, quindi, esse si attestano su un livello piuttosto basso, pari a quello del 2014.
Il blocco dei licenziamenti, però, riguardando essenzialmente i lavoratori più stabili, ha prodotto inevitabilmente un effetto selettivo. Mentre le cessazioni hanno riguardato in modo marginale il mondo del lavoro stabile o in procinto di diventarlo (lavoratori a tempo indeterminato ed apprendisti) perché tale segmento del mercato del lavoro rappresenta solo il 23% dei casi, il restante 77% delle cessazioni ha riguardato il mondo del precariato (ed in particolare i contratti a termine, che costituiscono da soli il 50% circa delle cessazioni).
Le imprese, non potendo licenziare i propri addetti a tempo indeterminato, hanno di fatto scaricato il peso della crisi sui precari, che non erano coperti da provvedimenti di tutela. Tale effetto va preso in considerazione seriamente, perché produce una sorta di “cuscinetto” di povertà lavorativa (che come si è visto in precedenza è uno degli elementi fondanti del concetto di “nuova povertà”) che viene gonfiato e sgonfiato alla bisogna, segmentando il mercato del lavoro fra chi è più e chi è meno tutelato.
In ogni caso, il saldo fra nuovi contratti e contratti cessati è negativo, nonostante le misure di protezione messe in campo, per circa 2.200 unità, e si tratta della prima volta dal 2014 che i contratti cessati superano i nuovi contratti attivati, evidenziando un calo netto dell’occupazione.
La disoccupazione e l’inattività
Va premesso che l’analisi della disoccupazione nel 2020 è per certi versi “influenzata” e distorta dagli eventi assolutamente straordinari verificatisi nel corso di tale anno, ed in particolare dai provvedimenti governativi che, a fronte della grave crisi economica, hanno bloccato i licenziamenti.
Infatti, il Decreto Cura Italia e le sue successive proroghe hanno previsto, nel periodo compreso fra il 17 marzo 2020 ed il 31 dicembre 2020 ( e poi sino al…), il blocco delle seguenti procedure:
- Procedure di licenziamento collettivo per giustificato motivo oggettivo;
- Procedure di licenziamento collettivo pendenti avviate successivamente al 23 febbraio 2020;
- Licenziamenti individuali o plurimi per giustificato motivo oggettivo;
- Introducendo poi procedure di conciliazione obbligatoria per i lavoratori ante “Jobs Act”11.
Evidentemente, tale provvedimento socialmente doveroso ha “scollegato” l’andamento della disoccupazione da quello del ciclo economico, salvaguardando parzialmente, come si è visto anche nel capitolo precedente, la base occupazionale.
Va anche tenuto conto che i processi migratori, nel corso dei primi 11 mesi del 2020, hanno privato la Basilicata di ben 2.300 persone nette, molte delle quali in età da lavoro, andando a costituire una sorta di “valvola di sfogo” che ha impedito ulteriore disoccupazione.
Tutto ciò premesso, i dati, nudi e crudi, dicono che i disoccupati in Basilicata, nel corso del 2020, diminuiscono di circa 5.000 unità, seguendo un andamento di riduzione comune a tutto il territorio nazionale. Il tasso di disoccupazione lucano, di conseguenza, apparentemente scende all’8,6%, su un livello addirittura inferiore al valore nazionale.
Tale andamento è tuttavia apparente, ed in larga misura illusorio. Dipende infatti dalla definizione statistica dello status di disoccupato. E’ infatti considerato disoccupato chi, nel periodo dell’indagine, ha effettuato almeno una azione di ricerca attiva di un posto di lavoro. Quindi tale definizione non considera tutti coloro che, per scoraggiamento e disperazione, non hanno neanche cercato lavoro, e finiscono per far crescere la mole dei cosiddetti “inattivi”.
Il tasso di disoccupazione “reale”, quindi, è la somma dei disoccupati “ufficiali” e di quelli nascosti fra le fila degli inattivi, ovvero coloro che, in sede di indagine, hanno dichiarato di non lavorare pur essendo in età da lavoro e di “cercare lavoro non attivamente”.
Includendo tali soggetti, che tecnicamente vengono chiamati “disoccupati scoraggiati”, il “vero” tasso di disoccupazione lucano, sale quasi al 13%, ben al di sopra del dato nazionale, anche se su un livello meno grave rispetto alle altre regioni del Meridione, per le quali il tasso di disoccupazione reale, includente anche gli scoraggiati, sale fino a quasi il 16%. Sul livello più basso rispetto a quello del Sud pesa, però, un fenomeno comunque negativo, ovvero l’emigrazione di popolazione (che costituisce una sorta di “valvola di sfogo” che impedisce al tasso di disoccupazione lucano di crescere ulteriormente).
Va inoltre detto che, in Basilicata come nel resto d’Italia, gli effetti della disoccupazione sono stati, per così dire, frenati dai provvedimenti nazionali di blocco dei licenziamenti, che hanno in buona misura impedito che gli effetti della crisi si scaricassero sulla base occupazionale. Qualora tali provvedimenti fossero rimossi in una fase in cui l’economia è ancora debole, i valori della disoccupazione salirebbero in misura molto rilevante.
Rimangono inoltre ben fermi specifici problematiche, ovvero la disoccupazione femminile, quella giovanile e quella di lunga durata. I tassi di disoccupazione riferiti a tali specifici segmenti, infatti, segnalano una distanza percentuale rilevante rispetto al valore del tasso di disoccupazione generale. In particolare, il tasso di disoccupazione giovanile è di ben 21,4 punti percentuali più alto di quello totale ed è il problema dei problemi del mercato del lavoro lucano, quello femminile è più alto di 1,7 punti (quasi il doppio della corrispondente distanza a livello nazionale, evidenziando il particolare problema di gender gap) mentre quello di lunga durata, pur essendo più basso di quello generale, è però molto più vicino a quest’ultimo (2,5 punti di distanza) rispetto a quello meridionale e nazionale (che superano i 4 punti).
Gli ammortizzatori sociali
L’andamento del principale ammortizzatore sociale, ovvero la Cassa Integrazione Guadagni, come rivista dal Governo per affrontare la crisi pandemica, è stato esplosivo, ed ha contribuito in misura molto rilevante a contenere l’effetto occupazionale della crisi da Covid.
Il blocco ha comportato, come misura di flessibilità compensativa per le imprese, la possibilità di ricorrere in via straordinaria alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria, a quella in deroga ed ai Fondi di solidarietà. In particolare, il Decreto-legge n. 18 del 17 marzo 2020 introduce misure straordinarie di sostegno alle imprese in materia di trattamento ordinario di integrazione salariale, assegno ordinario, cassa integrazione in deroga. Il decreto da una parte modifica le norme esistenti, semplificando l’iter concessorio, dall’altra introduce nuove misure in deroga alle vigenti norme che disciplinano l’accesso agli ordinari strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro. Esso si applica a tutti i lavoratori, esclusi i domestici, che alla data del 23 febbraio avevano un contratto di lavoro dipendente. In estrema sintesi le principali norme introdotte riguardano:
- Possibilità di accesso alla CIGO anche da parte delle imprese che alla data del 23 febbraio 2020 hanno già raggiunto i limiti massimi previsti(art.19);
- Possibilità di accesso alla CIGO da parte delle imprese assicurate CIGO che alla data del 23 febbraio 2020 hanno in corso un trattamento di CIGS(art.20);
- Possibilità di accesso all’assegno ordinario anche da parte delle imprese aderenti al FIS che occupano mediamente più di 5 dipendenti (art.19);incluse le imprese che alla data del 23 febbraio 2020 hanno in corso il pagamento di assegni di solidarietà (art.21).
Per le aziende il periodo massimo è pari a 9 settimane.
Il Decreto-legge n. 23 del 8 aprile 2020, ha esteso tali misure anche ai lavoratori assunti dal 24 febbraio 2020 al 17 marzo 2020.Il Decreto-legge n. 34 del 19 maggio 2020 (Decreto Rilancio) conferma ed estende tutte le misure di integrazione salariale già previste nel decreto Cura Italia incrementando la tutela di ulteriori 9 settimane.
Tutte le componenti della CIG, ivi compresa quella in deroga, che oramai era avviata verso l’estinzione, sono cresciute in misura molto rilevante. Di fatto, l’aumento di CIG fra 2019 e 2020 ha permesso di coprire più di 3.000 lavoratori equivalenti a tempo pieno aggiuntivi rispetto all’anno prima, riducendo notevolmente l’impatto occupazionale della crisi.
In termini settoriali, la parte preponderante del ricorso alla CIG proviene dall’industria meccanica, per via della fermata dell’impianto Fca di Melfi e delle sue ricadute sui fornitori meccanici di prima fascia. L’industria meccanica, da sola, assorbe il 66% circa delle ore di CIG. Anche la CIG nei settori della gomma/plastica e della metallurgia risente in buona misura del fermo impiantistico della Fca.
A seguire, a notevole distanza, vi è l’industria del legno-arredamento, che risente delle difficoltà del polo del salotto, poi vi è il settore dell’impiantistica per l’edilizia, i servizi di trasporto e comunicazione, colpiti direttamente dal blocco degli spostamenti e la lavorazione dei minerali non metalliferi, legata al blocco dei cantieri edili.
Cosa potrebbe succedere se la CIG pandemica non fosse prorogata? La legge di bilancio proroga al 31 marzo 2021 il divieto di procedere a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e a quelli collettivi (con sospensione delle procedure in corso) in conseguenza della concessione di un ulteriore periodo massimo di dodici settimane di trattamenti di integrazione salariale per periodi intercorrenti tra il 1° gennaio 2021 e il 31 marzo 2021 per i trattamenti di Cassa integrazione ordinaria, e tra il 1° gennaio 2021 e il 30 giugno 2021 per i trattamenti di Assegno ordinario e di Cassa integrazione in deroga.
La stima dei posti di lavoro a rischio di cessazione definitiva alla scadenza del blocco dei licenziamenti è costituita dalla somma di due componenti: la baseline (ovvero la soglia minima di riduzione dei posti di lavoro legata ad un andamento “normale” del ciclo economico, cioè il numero minimo di licenziamenti che vi sarebbero stati anche in presenza di una situazione economia normale) e la componente aggiuntiva, derivante dall’andamento profondamente recessivo dell’economia nel corso del 2020.
STIMA POSTI DI LAVORO CHE SI PERDERANNO = BASELINE + COMPONENTE AGGIUNTIVA Il baseline della stima della possibile perdita occupazionale deriva dall’analisi del trend
strutturale delle domande di NASPI annuali in Basilicata. Da dati Inps, si ricava che negli ultimi due-tre anni, in Basilicata, vi sono state circa 22.000 domande di NASPI all’anno. Da gennaio ad ottobre 2020, quindi su 10 mesi, le domande sono state solo 17.000, nonostante la grave crisi economica, grazie proprio al blocco dei licenziamenti (che non è, ovviamente, totale, non riguardando i licenziamenti per giusta causa soggettiva, per chiusura o fallimento dell’attività, la cessazione di rapporti di lavoro a termine, ecc.). Considerando il dato medio mensile di richiesta di NASPI (17.000/10=1.700) si può stimare che, alla fine dell’anno, avremo 20.400 domande di NASPI. Circa 1.700 in meno rispetto al trend normale.
Pertanto, se il 2020 fosse stato un anno normale per l’economia lucana, il blocco dei licenziamenti comporterebbe almeno 1.700 posti di lavoro in meno a partire dal 1 aprile (licenziamenti “normali” posposti per via dei vincoli normativi).
A tale baseline vanno aggiunti i licenziamenti “straordinari”, legati cioè all’impossibilità per le imprese di ripartire immediatamente con i volumi commerciali e produttivi normali, a causa del protrarsi di una situazione recessiva. Sempre dai dati Inps, si ricava che il numero di ore richieste e concesse di CIG ordinaria, in deroga e di fondi di solidarietà per esigenze legate al Covid è, fra gennaio e novembre 2020, pari a poco meno di 27 milioni di ore, equivalenti a circa 14.000 unità di lavoro a tempo pieno. Nel 2019, anno “normale” pre-Covid, le ore totali di CIG e di fondi di solidarietà, sempre nel periodo gennaio-novembre, sono state pari a circa 9,5 milioni, equivalenti a 4.500 dipendenti a tempo pieno.
L’effetto “ciclico” legato alla recessione da Covid potrebbe aver quindi dato luogo, nel 2020, a circa 9.500 lavoratori in CIG in più rispetto al 2019. Essi incorporano, con ogni probabilità, i 1.700 del baseline già citati.
Ovviamente, è impensabile che tale massa di lavoratori venga integralmente licenziata a partire da aprile 2021. Qualche impresa ripartirà e potrà riassorbire almeno una quota di occupati.
Guardando ai dati mensili della CIG pandemica nel 2020, i picchi di CIG legati al primo lockdown hanno iniziato a diminuire a giugno, per raggiungere un minimo a settembre, con circa 3.800 lavoratori presumibilmente “reintegrati” nei cicli produttivi. Tale risultato, però, è stato reso possibile dal sostanziale sblocco dei vincoli produttivi durante la tarda primavera-estate, mentre per i mesi di gennaio-marzo non è prevedibile che vi sia un rilassamento delle restrizioni sanitarie così importante. Si può quindi ipotizzare che ad aprile il contingente di cassaintegrati “reintegrati” nel ciclo produttivo sarà inferiore a quei 3.800.
Ipotizzando quindi che, rispetto a quanto verificatosi dopo il primo lockdown, il contingente reintegrato sarà ridotto alla metà, quindi a soli 1.600 lavoratori, o al massimo sarà il 60%, ad aprile 2021 possiamo stimare che vi saranno circa 7.200-7.900 posti di lavoro concretamente a rischio di cancellazione definitiva.
Per dare la dimensione del fenomeno, ciò corrisponderebbe ad una riduzione di circa il 3,5- 4% dello stock occupazionale attualmente presente in regione.
Le crisi aziendali
- Sono poco meno di 2.000, per oltre 15.000 addetti coinvolti (ovvero circa il 5% delle unità locali extragricole lucane e l’8% dei lavoratori regionali, percentuali assai ragguardevoli, che esprimono in tutta la sua drammaticità la crisi in atto), le situazioni di crisi aziendale attualmente aperte in Basilicata
- Appena il 50% di tali crisi sembra avere potenzialità di soluzione favorevole in termini di continuità aziendale
- il cuore delle crisi aziendali risiede in settori più immediatamente colpiti dai provvedimenti sanitari restrittivi legati al Covid, perché più direttamente connessi ai consumi finali ed alle disposizioni amministrative di chiusura delle attività e perché prevalentemente costituiti da micro imprese con minori margini di resilienza rispetto alla crisi: il comparto del commercio, ristorazione, bar e turismo, infatti, concentra il 98,6% delle vertenze ed il 79,1% degli addetti potenzialmente coinvolti.
- Molto diffuse sono anche le situazioni di crisi di settori quali il distretto del legno-arredo, che coinvolgono 2.500 addetti, una appendice della lunghissima e mai realmente risolta crisi del relativo distretto
- se tutte le situazioni di crisi aperte dovessero concretizzarsi nella chiusura totale dell’attività nel 2021, anziché avere una ripresa economica del 5% circa nel 2021, come previsto nel primo capitolo, il 2021 potrebbe chiudersi con una crescita prossima allo zero, dopo la pesante recessione del 2020, e l’effetto indotto da riduzione della domanda per consumi peserebbe anche sulla crescita del 2022.
- i suggerimenti per salvaguardare occupazione e produzione sono concentrati sul potenziamento e proroga degli ammortizzatori sociali;
- la seconda priorità riguarda la formazione permanente degli addetti ,che devono essere messi in condizione di affrontare la transizione tecnologica e il profondo cambiamento dei mercati
- Segue poi una richiesta diretta soprattutto alla Regione: riprendere in mano la politica industriale, elaborare piani industriali per aree dove insistono imprese in crisi o settori maturi, che anche solo potenzialmente, in futuro, potrebbero entrare in crisi.
Al fine di fare il punto sulla situazione complessiva del tessuto produttivo lucano, che i dati statistici non possono rappresentare appieno, perché precedenti alla crisi da Covid, è stato utilizzato e messo a valore il patrimonio informativo della Cgil Basilicata, presente capillarmente in tutti i gangli produttivi e di crisi del territorio. Attraverso un questionario (cfr. allegato 1) è stato quindi chiesto ai responsabili regionali del sindacato dei diversi comparti e categorie produttive di fare il punto della situazione delle crisi aziendali aperte in regione, crisi spesso anche di imprese piccole, che non sempre catturano l’attenzione dell’opinione pubblica con lo stesso livello di copertura di situazione più rilevanti e “cronicizzate” da anni (quali ad es. la crisi della Ferrosud o del distretto del mobile).
In questa sezione del rapporto, si dà conto delle risposte fornite all’indagine, cercando di presentare una mappatura il più completa possibile delle crisi imprenditoriali e dei loro riflessi occupazionali (che potrebbero essere resi ancor più gravi nel caso in cui non fosse prorogata la CIG pandemica). Di seguito i risultati fondamentali della rilevazione. Le risposte sono state raccolte prevalentemente nel periodo compreso fra novembre 2020 e gennaio 2021.
In estrema sintesi, sono poco meno di 2.000, per oltre 15.000 addetti coinvolti (ovvero circa il 5% delle unità locali extragricole lucane e l’8% dei lavoratori regionali, percentuali assai ragguardevoli, che esprimono in tutta la sua drammaticità la crisi in atto), le situazioni di crisi aziendale attualmente aperte in Basilicata (dove per “crisi aperte” si intendono le situazioni di difficoltà aziendale che sono pervenute a discussione in tavoli di crisi nel sindacato, in Regione o presso il MISE e non sono ancora state definite con una soluzione o con la chiusura dell’azienda e la messa definitiva in mobilità dei lavoratori) in base ad un censimento effettuato dall’Ires-Cgil Basilicata per l’anno 2020.
Tali situazioni sono molto diversificate in termini settoriali (si spazia dal commercio-turismo e servizi ai mobilifici, fino alla fabbricazione di gomma e plastica o all’imbottigliamento di acqua minerale, passando per la metalmeccanica, l’edilizia e la logistica), territoriali (si va dal distretto del mobile di Matera fino alla Val d’Agri, passando per il Vulture-Melfese, senza risparmiare le due città capoluogo per le imprese di servizi) e dimensionali (ci sono crisi di imprese con non più di 1 milione di fatturato annuo, fino a crisi di imprese con qualche centinaio di milioni).
Più nello specifico, il cuore delle crisi aziendali risiede in settori più immediatamente colpiti dai provvedimenti sanitari restrittivi legati al Covid, perché più direttamente connessi ai consumi finali ed alle disposizioni amministrative di chiusura delle attività e perché prevalentemente costituiti da micro imprese con minori margini di resilienza rispetto alla crisi: il comparto del commercio, ristorazione, bar e turismo, infatti, concentra il 98,6% delle vertenze ed il 79,1% degli addetti potenzialmente coinvolti.
Molto diffuse sono anche le situazioni di crisi di settori quali il distretto del legno-arredo, che coinvolgono 2.500 addetti, una appendice della lunghissima e mai realmente risolta crisi del relativo distretto, alle prese con problemi di competizione con produttori asiatici a basso costo, e nell’agroalimentare, in particolare nel settore delle acque minerali.
Le perdite stimabili di fatturato qualora dette crisi si chiudessero negativamente, quindi le perdite di reddito per l’intero circuito economico, sono enormi, e vanno da qualche decina di milioni di euro nei settori della gomma/plastica e chimica e della logistica, fino ad una stima di circa 500 milioni di euro nel legno arredo, o a previsioni catastrofiche di riduzione di circa il 60% del fatturato per gli esercizi commerciali, i pubblici esercizi e le attività turistiche.
Si tratta di un valore enorme, pari a circa il 20% del fatturato complessivo delle imprese extragricole della Basilicata, che potrebbe andare perso. Tale perdita, ai valori correnti, potrebbe tradursi in una contrazione del 4,9% del valore aggiunto regionale12 come effetto immediato e diretto derivante dalla perdita di fatturato annuo delle imprese scomparse, senza contare il successivo effetto indotto derivante dalla contrazione dei consumi dei lavoratori senza più occupazione.
In altri termini, se tutte le situazioni di crisi aperte dovessero concretizzarsi nella chiusura totale dell’attività nel 2021, anziché avere una ripresa economica del 5% circa nel 2021, come previsto nel primo capitolo, il 2021 potrebbe chiudersi con una crescita prossima allo zero, dopo la pesante recessione del 2020, e l’effetto indotto da riduzione della domanda per consumi peserebbe anche sulla crescita del 2022.
Peraltro, a giudizio dei delegati sindacali intervistati, le vertenze che possono considerarsi in grado di avere una potenziale soluzione positiva, perché vi sono elementi di possibile recupero dalla crisi, sono poche, forse circa un migliaio cioè circa il 50%, concentrate perlopiù nel settore dei servizi diversi da commercio, turismo e pubblici esercizi, del legno- arredo, in quello metalmeccanico, in quello delle acque minerali, in situazioni puntuali, come quella di Brianza Plastica o del Consorzio Cisa (ex Auchan). La prospettiva di contraccolpi economici ed occupazionali per il restante 50% è quindi reale e preoccupante.
L’areale delle crisi aziendali riguarda l’intera Basilicata, soprattutto per quanto riguarda il terziario. Vi sono però delle aree più specifiche di crisi:
- per il turismo, i pubblici esercizi ed i servizi, le aree di Maratea, Matera, del Metapontino e delle città di Potenza e Melfi;
- per il legno-arredo e la metalmeccanica, l’area di Matera-Irsina;
- per la chimica e gomma/plastica, Ferrandina;
- per le acque minerali e i servizi logistici, il Vulture;
- per l’edilizia e materiali da costruzioni, la Val d’Agri e l’area di Baragiano
- per il commercio ed i servizi non turistici, tutto il territorio, con particolare gravità nella provincia di Potenza.
Nella gravità delle crisi aziendali in atto, i suggerimenti per salvaguardare occupazione e produzione che giungono dal sindacato sono in primo luogo concentrati sul potenziamento e proroga degli ammortizzatori sociali, che andranno anche rinforzati, oltre che prorogati temporalmente; la seconda priorità riguarda la formazione permanente degli addetti ,che devono essere messi in condizione di affrontare la transizione tecnologica e il profondo cambiamento dei mercati e del modo di lavorare che conseguirà alla crisi attuale, e che devono mantenersi competitivi rispetto alle esigenze della domanda di lavoro.
Segue poi una richiesta diretta soprattutto alla Regione: riprendere in mano la politica industriale, elaborare piani industriali per aree dove insistono imprese in crisi o settori maturi, che anche solo potenzialmente, in futuro, potrebbero entrare in crisi.si tratta cioè di avere una politica industriale preveggente, che miri a diversificare l’assetto produttivo di aree industriali, prima che esse entrino in crisi, con lo strumento dell’attrazione degli investimenti esterni.
Accanto alla diversificazione ed all’agevolazione per il nuovo, occorre anche difendere l’esistente, fornendo capitale o strumenti finanziari di supporto alle imprese in difficoltà, il che, peraltro, richiama in causa il ruolo di una potenziale Finanziaria Regionale specializzata in operazioni di sostegno e recupero di imprese ancora vitali e con prospettive, ma in temporanea difficoltà.
Infine, come ultima istanza, la possibilità di rilevare in mani pubbliche imprese in crisi, anche soltanto per risanarle e rimetterle sul mercato, è una opzione ancora da prendere in considerazione.
Nell’insieme, quindi, viene sottolineato il ruolo fondamentale di un intervento pubblico nell’economia, quando si verificano situazioni di crisi, che non sia soltanto difensivo e protettivo, ma anche proattivo e previsionale, quindi si chiede, di fatto, il ritorno a forme di programmazione economica.
Altri aspetti sottolineati con minor frequenza, per completezza di informazione, riguardano, poi, un maggior utilizzo di strumenti di politica industriale mirati a favorire il reinsediamento produttivo anche con snellimenti burocratici, come le aree Zes, una modifica della normativa fallimentare (peraltro già recentemente rivista) per facilitare le procedure di continuità operativa delle imprese in crisi, potenziare la dotazione di infrastrutture di trasporto del territorio.
A fronte di tale situazione di crisi industriale diffusa e settorialmente diversificata, le prospettive settoriali delle filiere di crisi della Basilicata sono prevalentemente di tipo difensivo. Ci si trova in presenza di settori e filiere, quali il commercio, il turismo, la ristorazione, i servizi alla persona, i servizi culturali e sportivi, che, secondo i responsabili del sindacato, in futuro dovranno affrontare un ridimensionamento, con relativa perdita di imprese ed addetti, o l’edilizia-materiali da costruzione, che dovrà accettare la sfida del cambiamento, della diversificazione produttiva e di mercato, ad esempio entrando nei settori dell’efficientamento energetico degli immobili o della bioedilizia.
A fronte di ciò, solo settori specifici, come quello creditizio ed assicurativo e quello delle acque minerali, o come la logistica, fortemente sollecitata dalla crisi pandemica ad accrescere la sua attività di fornitura dei beni a domicilio, hanno prospettive di espansione.
Tutto il resto dovrà adattarsi ad una lotta di sopravvivenza, tesa a difendere l’esistente a fronte di mercati in contrazione e concorrenza in aumento. Sostanzialmente, il quadro dell’economia regionale dei prossimi anni, al netto di alcune “isole felici”, non sembra contrassegnato da segnali espansivi, ma da una battaglia per sopravvivere, senza perdere ulteriore terreno.