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La Basilicata, Mercato del lavoro, economia, prospettive - Quinto rapporto

Il mercato del lavoro lucano fra un crollo “camuffato” ed una ripresa insufficiente e possibile rinascita

Le linee generali del Rapporto: sintesi e proposte di policy

Lo scenario macroeconomico regionale e le previsioni per il 2021-22

Nel 2020, l’economia regionale, nonostante una intensità dei contagi da Covid meno grave rispetto ad altre aree del Paese, subisce un vero e proprio tracollo: le stime Svimez parlano infatti di un crollo del 9% del Pil regionale, a fronte dell’8,2% nel Mezzogiorno nel suo insieme. La particolare gravità della recessione dipende, in sostanza, dal fatto che essa ha colpito, selettivamente, i settori propulsivi dell’economia lucana: l’automotive, dal quale dipende in modo cruciale l’export, penalizzato da un crollo di scala internazionale della domanda per nuove immatricolazioni, il turismo, che per la prima volta dopo un ventennio di crescita continua accusa una pesante restrizione dei flussi (le presenze del 2020 si riducono di quasi la metà rispetto al valore del 2019), le costruzioni, il cui valore aggiunto specifico cala del 7,9%, a fronte di una flessione del 6,3% in Italia e del 4,5% nel Mezzogiorno, come effetto della maggior dipendenza dagli appalti medio-grandi per opere pubbliche, il comparto estrattivo, che nel 2020 subisce un calo dei prezzi internazionali del greggio e del gas.

La particolare fragilità del tessuto produttivo lucano, composto perlopiù da microimprese operanti in settori tradizionali ed a basso valore aggiunto si è riflessa in una caduta particolarmente pesante degli investimenti, la componente che più ha determinato il calo elevato del Pil della Basilicata: tale voce di domanda aggregata, infatti, diminuisce del 10,1%, mentre si attesta su variazioni meno gravi nel Mezzogiorno ed in Italia. Le prime previsioni per il 2021-22 evidenziano un quadro di ripresa lenta dell’economia lucana, meno brillante e dinamica rispetto al resto delle altre regioni. Il Pil regionale del 2021, secondo le previsioni della Svimez, dovrebbe crescere del 2,8% (3,3% nel Mezzogiorno, 4,7% in Italia) per poi crescere del 2,4% nel 2022, anche in questo caso ben al di sotto della ripresa meridionale e nazionale.

Con tali ritmi, se non vi è un colpo di frusta, la Basilicata non potrebbe recuperare i valori di ricchezza prodotta nel 2019 prima del 2025, mentre il resto del Paese sarebbe in grado di riassorbire gli effetti della crisi pandemica entro i primi mesi del 2022. Ciò, evidentemente, produrrebbe un ulteriore allargamento del gap di sviluppo fra Basilicata e regioni del Centro-Nord e, in aggiunta, eliminerebbe quel piccolo vantaggio di sviluppo di cui la regione ha goduto, storicamente, rispetto alle altre aree del Sud, e che, nella programmazione 2007-2013, ne aveva determinato l’uscita momentanea dal gruppo delle regioni a maggior ritardo di sviluppo.
La Basilicata corre il serio rischio di tornare ad essere “l’osso del Sud”.

Il quadro nazionale di riferimento

L’analisi al 2021 del mercato del lavoro regionale è resa particolarmente complessa dalla temporanea assenza di dati regionali, dovuta alla revisione metodologica dell’indagine Istat sulle forze di lavoro, che al momento non ha rilasciato ancora i dati su base territoriale. Il quadro nazionale, l’unico ad oggi disponibile per il periodo gennaio- settembre 2021, evidenzia alcuni elementi di fondo:

  • Un crollo verticale dell’occupazione nel corso del 2020, con una perdita di circa 880.000 occupati fra gennaio 2020 e gennaio 2021. Stanti le misure governative di tutela degli occupati alle dipendenze, tale crollo riguarda essenzialmente lavoratori precari, autonomi ed indipendenti.
  • Una ripresa occupazionale, per il 2021, ancora insufficiente: a settembre 2021, a cinque mesi dalla riapertura generalizzata delle attività produttive, l’occupazione cresce di 500.000 unità rispetto al minimo raggiunto a gennaio 2021, ma è ancora di 380.000 unità inferiore al valore pre-pandemico di gennaio 2020.
  • Una ripresa occupazionale essenzialmente trascinata da lavoro precario, a basso livello salariale e di stabilità occupazionale. I dati Istat segnalano una sostanziale stabilità dello stock di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, mentre le variazioni riguardano soprattutto i lavoratori a termine, significativamente decresciuti numericamente nel corso del 2020 e poi in ripresa nel 2021. I lavoratori indipendenti, infine, subiscono una contrazione nel 2020, dalla quale non sembrano essersi ripresi nel 2021, rimanendo stabilmente al di sotto della soglia dei 5 milioni, che ad inizio 2020 era ampiamente superata.
  • Previsioni occupazionali che sembrano manifestare un indebolimento della ripresa occupazionale per i mesi finali dell’anno. Il tasso di posti vacanti, indicatore congiunturale di tipo previsionale, segnala infatti che, a livello nazionale, dopo la forte ripresa a partire dal primo trimestre 2021, nel terzo trimestre dell’anno l’indicatore flette, come conseguenza del calo dei posti vacanti nei servizi e nelle costruzioni. Ciò significa che, in tali comparti, a luglio-settembre si manifesta un indebolimento della ripresa, con una decelerazione nei processi di ricerca di nuovi lavoratori che, evidentemente, potrebbe aggravare il saldo occupazionale ad ottobre, quando si verificherà lo sblocco completo dei licenziamenti.

Il mercato del lavoro lucano nel 2020-2021: sintesi dei risultati

Il mercato del lavoro lucano, nel corso del 2020, subisce un peggioramento che va oltre l’apparenza superficiale dei dati: accanto ad una perdita occupazionale di 2.500 unità, si verificano, da un lato, una forte accelerazione dell’emigrazione di popolazione attiva, specie di giovani (con un saldo migratorio che arriva al 4,2%), con una perdita complessiva di 4.900 persone in età da lavoro, e dall’altro una crescita del bacino di disoccupati scoraggiati, che rientrano nell’area dell’inattività, stimabile in 700 unità.

Di conseguenza, senza la valvola di sfogo dell’emigrazione (che è però un impoverimento per il futuro del territorio) e considerando l’aumento dell’inattività, il tasso di disoccupazione “reale” del 2020 è ben superiore all’8,6% ufficiale, raggiungendo il 14%, e cresce rispetto al 12,2% “reale” del 2019. Infatti, a dimostrazione di tale assunto, vi è che la numerosità delle forze di lavoro regionali nel 2020, a causa dell’emigrazione, della caduta in inattività (ed ovviamente anche delle uscite per pensionamento dovute all’invecchiamento demografico) scende di ben 8.000 unità in un solo anno, raggiungendo il punto minimo degli ultimi 8 anni.

Inoltre, gli impatti occupazionali sono stati fortemente limitati dalle norme nazionali di blocco dei licenziamenti e di estensione del ricorso alla CIG: senza tali norme, si stima che la perdita occupazionale sarebbe stata di 9.500 unità (2.500 posti di lavoro effettivamente persi + 7.000 tutelati dalla CIG pandemica e dal divieto di licenziamento).

Per il 2021, è difficile ancora capire come la ripresa dell’economia regionale, susseguente ad un rimbalzo congiunturale comune a tutto il Paese ma comunque più debole e lenta di quella delle altre regioni, e come lo sblocco dei licenziamenti, impatteranno sul mercato del lavoro. I dati Istat, infatti, sono ancora in elaborazione, in conseguenza di un cambiamento metodologico relativo all’indagine sulle forze di lavoro. Le prime anticipazioni dell’Istat parlano di un mercato del lavoro che, in virtù della ripresa e della riapertura delle attività, è in miglioramento nel primo semestre dell’anno, sia in termini di incremento degli occupati, sia in termini di riduzione dell’inattività. Non sono tuttavia ancora disponibili dati numerici, per cui non è possibile sapere di quanto tale situazione migliori.

Gli unici dati disponibili, che sono di flusso e non di stock, sono quelli relativi alle attivazioni, trasformazioni e cessazioni di contratti di lavoro nel primo semestre dell’anno. Tali dati non sono in grado di fornire una informazione sull’aumento o diminuzione dell’occupazione, poiché rispecchiano unicamente il grado di dinamismo del mercato del lavoro che, ovviamente, dopo il lockdown, si è notevolmente accelerato.

Nei primi sei mesi del 2021, sono state effettuate in Basilicata 26.782 assunzioni. Si tratta di un dato più alto di quello del 2020 (20.976) ma lontanissimo da quello che si verifica in un anno “normale”, come il 2019 (34.361 nel primo semestre). Se nel primo semestre del 2020 le assunzioni sono crollate del 29%, come ovvio effetto del blocco produttivo di interi comparti dell’economia, esse ricrescono solo del 27,7% con le ripartenze dei primi sei mesi del 2021. Si tratta, quindi, di una ripartenza occupazionale solo parziale, rispetto al crollo dell’anno precedente.

Ripartenza parziale e perlopiù precaria: il 55% delle nuove assunzioni viene effettuato con contratti a tempo determinato; un altro 29% circa con contratti stagionali, a somministrazione o intermittenti. Le assunzioni a tempo indeterminato rappresentano soltanto il 14% del totale. L’apprendistato, strumento che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare la via maestra per la transizione garantita fra scuola e lavoro, costituisce oramai circa il 2% dei contratti stipulati in regione.

Quindi, se vi è una fisiologica ricrescita numerica degli occupati, vi è anche un ulteriore degrado del mercato del lavoro, tendente ad una maggiore precarietà (e presumibilmente ad una mancata ripresa salariale).

Il saldo fra attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro è positivo per 7.967 unità. Detto saldo è, ovviamente, grazie alla riapertura delle attività produttive, nettamente superiore a quello del primo semestre del 2020 (+2.070) ma, d’altro canto, non è particolarmente più alto di quello del primo semestre del 2019 (+7.103), quindi non evidenzia una ripresa occupazionale particolarmente rapida.

Per capire qualcosa, almeno a livello previsionale, circa l’impatto che avrà lo sblocco dei licenziamenti (avviato il 1 luglio e completato il 31 ottobre), Coerentemente con la ripartenza di attività “artificiosamente” fermate dal Covid, il ricorso alla CIG diminuisce del 13,7% nei primi nove mesi del 2021, rispetto all’analogo periodo del 2020. Tuttavia, la CIG dei primi nove mesi del 2021 è notevolmente più alta di quella registrata nei primi nove mesi degli anni pre-pandemici, essendo pari al 211,2% del valore del periodo gennaio-settembre 2019 ed al 773,6% per i primi nove mesi del 2018. Ciò evidenzia chiaramente come la ripresa economica nel corso del 2021 sia stata assolutamente parziale, e come si sia ancora lontani da condizioni di attività produttiva e mercato del lavoro considerabili come “normali”.

Inoltre, l’andamento della CIG nei primi nove mesi del 2021 mostra alcuni andamenti anomali, che non si riscontrano nella stagionalità di tale parametro per gli anni precedenti. In particolare, mentre negli anni “normali” la CIG si riduce nel periodo estivo (grazie alle attività edilizie, turistiche e agricole) e raggiunge un minimo ad agosto, ripartendo solo a settembre-ottobre, nel corso del 2021 l’incremento della CIG scatta già dal mese di agosto, nonostante la chiusura per ferie della maggior parte degli stabilimenti industriali.

In particolare, tale ripartenza anticipata della CIG riguarda proprio i settori in particolare difficoltà nel corso della crisi pandemica del 2020: commercio, turismo, pubblici esercizi, trasporti. E’ quindi probabile che l’incremento della CIG già da agosto sia legato allo sblocco dei licenziamenti, che per tali settori si è verificato il 31 ottobre: le imprese, in vista della ristrutturazione, stanno allontanando i lavoratori dal ciclo produttivo tramite il ricorso alla CIG, probabilmente in vista di un successivo licenziamento, non appena potranno farlo, ovvero da novembre in poi.

E’ quindi probabile che lo sblocco dei licenziamenti avrà effetti occupazionali negativi per i lavoratori del terziario (commercio, turismo, pubblici esercizi, trasporti) e per altri settori industriali in ripartenza anticipata della CIG, segnatamente la chimica-gomma plastica ed il tessile-abbigliamento.

Più in generale, non sembra che, nel corso del 2021, l’incremento occupazionale sarà particolarmente esplosivo, nonostante la forte ripresa produttiva. Ce lo dicono, come già anticipato, i dati sui saldi fra attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro, che nel primo semestre sono più bassi rispetto al primo semestre del 2019 (ultimo anno di normalità pre-pandemica) e ce lo conferma l’indagine congiunturale sulle imprese industriali con almeno 20 addetti svolta dalla Banca d’Italia: secondo tale indagine, infatti, più del 60% delle imprese intervistate prevede, nel prossimo periodo novembre 2021-aprile del 2022, di mantenere stabile il numero di ore lavorate sui livelli del mese di ottobre. Solo un 30% circa ritiene di poterle aumentare, con poco meno del 10% di imprese, ancora in forte crisi, che prevede una riduzione. Nei primi tre mesi del 2021, invece, lo scenario era ben diverso: più del 50% degli intervistati prevedeva un incremento del numero di ore lavorate.

In sostanza, almeno per le imprese industriali regionali con almeno 20 addetti, la forte ripresa occupazionale si è fermata al primo trimestre del 2021, per poi assestarsi su andamenti di crescita sempre più lenti e, in prospettiva futura di breve termine, sostanzialmente stagnanti. A ciò si aggiungono le potenziali perdite occupazionali da sblocco dei licenziamenti, soprattutto nel terziario.

Tutto ciò ci dice, quindi, che le prospettive di ripresa occupazionale di un mercato del lavoro devastato da precarietà, disoccupazione, inattività e povertà non sembrano essere, almeno nell’immediato, particolarmente incoraggianti. Una copertura più lunga dal rischio di licenziamento, perlomeno per regioni meridionali come la Basilicata, sarebbe stata quindi opportuna e necessaria, perché il rischio vero della ripresa post-pandemica lucana è quello di una sorta di “jobless recovery”.

Più nello specifico, in termini settoriali, i dati sulla CIG per il 2020 ed i primi nove mesi del 2021 segnalano quanto segue:

  • I settori più duramente colpiti, che potrebbero anche espellere un numero importante di addetti nei prossimi mesi, sono quelli terziari, ed in particolare il commercio, la ricettività turistica, la ristorazione-pubblici esercizi, i trasporti, alcuni servizi alla persona a basso valore aggiunto;
  • Insieme a tali settori terziari, il tessile-abbigliamento, che in regione è caratterizzato da un pulviscolo di micro imprese contoterziste, faconiste o artigianali, e alcune aree dell’indotto dell’automotive, come in particolare la gomma-plastica, sono ancora in forte sofferenza nel 2021;
  • L’automotive ha visto cumularsi gli effetti di crollo del mercato legati alla pandemia e, in fase di ripartenza, le difficoltà logistiche di approvvigionamento di beni intermedi, in particolare semiconduttori. Nei prossimi mesi, la produzione e l’occupazione nello stabilimento Stellantis saranno frenate dalla annunciata ristrutturazione delle attuali linee produttive. Quindi, solo nel medio periodo, Stellantis, probabilmente, tornerà a fornire un apporto positivo al valore aggiunto ed all’occupazione lucana;
  • L’agricoltura ha sofferto del problema della carenza di manodopera per la raccolta della stagione 2020, mentre l’industria alimentare ha avuto difficoltà, anche di tipo logistico, nel portare sui mercati extraregionali la propria produzione più di nicchia, in particolare quella tipica;
  • L’edilizia ha subito, ovviamente, una forte penalizzazione nel 2020, come effetto del lockdown e della connessa chiusura dei cantieri, ma, grazie essenzialmente alla forte spinta del bonus del 110%, ha avuto una buona ripresa fra fine 2020 ed inizio del 2021;
  • Infine, il settore estrattivo ha subito la temporanea chiusura della concessione Val d’Agri, che adesso è riaperta e funziona regolarmente, ma dall’altra parte ha beneficiato dell’aumento dei prezzi del settore energetico.

Quadro economico regionale e prime previsioni per il 2021-2022

In base ai dati di fonte Svimez, il PIL regionale in seguito ad una flessione estremamente rilevante (-12,1%) registrata nel periodo di crisi (2008 – 2014), nel triennio 2015 – 2018 mostra una notevole ripresa (+15%), per effetto probabilmente degli interventi realizzati su Matera capitale europea della cultura 2019. La crescita, in Basilicata, prosegue anche nel 2019 con un tasso di crescita del PIL quantificabile nel 3%, a fronte di una fase di tendenziale rallentamento, se non stagnazione, delle altre ripartizioni geografiche. Nel 2020 gli effetti della crisi da Covid-19 generano una flessione del PIL del -9,0% in Basilicata. Nella macro-area Mezzogiorno la caduta è pari al -8,2% e a livello nazionale al - 8,9%. Nel 2020 gli investimenti si riducono del -10,1% a fronte di un calo dei consumi significativo (-7,6%), di poco superiore a Mezzogiorno (-7,4%) ma inferiore all’Italia (- 8,6%). La caduta degli investimenti è più alta rispetto a tutte le altre ripartizioni territoriali. La riduzione del reddito disponibile delle famiglie consumatrici del 2020 (- 2,6%) è leggermente inferiore a quella del Mezzogiorno e dell’Italia (-2,8%). Osservando l’andamento del PIL pro capite (a valori costanti 2015) tra il 2007 e il 2020 si rileva che: i valori assoluti del PIL pro capite lucano sono sempre maggiori di quelli del Mezzogiorno con una quasi sovrapposizione delle due curve nel 2010; nel 2020 la caduta del PIL pro capite interviene su un valore che ha superato quello riferito al biennio 2007 – 2008.

A livello settoriale, tra il 2019 e il 2020 le maggiori contrazioni del Valore Aggiunto si riscontrano: nell’“industria in senso stretto” dove si misura una flessione del -12,4%, superiore all’Italia (-11,1%) e al Mezzogiorno (-10,5%); nei “servizi” con un -8%, sostanzialmente in linea con Mezzogiorno e Italia; nelle “costruzioni” con una riduzione del -7,9%, superiore al -6,3% dell’Italia e al -4,5% del Mezzogiorno. L’unico incremento si rileva in “agricoltura” che presenta un lieve incremento del 2%, in controtendenza rispetto all’ Italia (-6%) e al Mezzogiorno (-5,1%).

Le proiezioni elaborate attraverso il modello econometrico della Svimez mostrano per il 2021 le seguenti stime, che segnalano una ripresa economica particolarmente lenta, dopo la caduta di dimensioni straordinarie del 2020. Infatti si prevede:

  • una crescita del PIL pari al 2,8%, valore inferiore sia al Mezzogiorno (3,3%) che all’Italia (4,7%);
  • un incremento delle esportazioni pari al 6,7%, valore che si colloca al di sotto di quello del Mezzogiorno (7,6%) e nazionale (10,2%);
  • una crescita della spesa delle famiglie del 2,9% contro il 2,8% del Mezzogiorno e il 3,2% dell’Italia).

La crescita del PIL si prevede possa proseguire, ma con una minore intensità, anche per il 2022, ed è stata stimata in un 2,4%, in misura sempre inferiore sia alla macro area Mezzogiorno (3,2%) che all’Italia (4,0%). Le esportazioni con una crescita del 7,3% dovrebbero invece attestarsi su livelli superiori al Mezzogiorno (6,4%) e all’Italia (6,5%); infine, la crescita della spesa delle famiglie dovrebbe essere pari nel 2022 al 3,2% (3,8% per il Mezzogiorno e 4,6% per l’Italia).

Il recente report contenente l’aggiornamento congiunturale pubblicato dalla Banca d’Italia restituisce un quadro economico della regione in miglioramento, con una curva crescente per tutti i principali settori dell'economia regionale. In seguito all’allentamento delle misure restrittive imposte dalla pandemia da Covid 19 e grazie all’efficacia e capillarità delle vaccinazioni, nei primi nove mesi dell'annualità in corso, analogamente a quanto si rileva a livello nazionale, l'economia lucana sembra recuperare in tutti i settori parte del calo registrato nel 2020, anche se, come detto dianzi analizzando le previsioni Svimez, si rimane comunque lontani dai valori pre-pandemici del 2019 e la ripresa prevista è più lenta di quella nazionale ed anche di quella delle altre regioni meridionali.

L’industria in senso stretto che, nel 2020, secondo quanto stimato da Prometeia, aveva subito una contrazione significativa del valore aggiunto pari al -10,4%, nel 2021 ricomincia a crescere. Secondo gli esiti del sondaggio congiunturale condotto su un campione di imprese dalla Banca d’Italia oltre la metà delle imprese ha dichiarato un aumento del fatturato, nei primi nove mesi del 2021, rispetto allo stesso periodo del 2020. Nel primo semestre del 2021, rispetto allo stesso arco temporale del precedente anno, sono aumentate le vendite nel comparto degli autoveicoli.

Nel settore estrattivo il valore della produzione è calato nel 2020 a causa della forte contrazione dei corsi petroliferi innescata dalla crisi pandemica e riassorbita solo a inizio 2021. Nei primi otto mesi del 2021 la produzione di petrolio greggio si riduce dell’8% circa e quella di gas di oltre il 25% in seguito al fermo temporaneo per manutenzione degli impianti in Val d’Agri.

Nel 2020 il valore aggiunto delle costruzioni, dopo la crescita del 2019, sulla base delle stime di Prometeia, è diminuito del 5,3% a prezzi costanti, un calo meno marcato rispetto all’industria e ai servizi. Nel 2021 il miglioramento ha investito anche il comparto delle costruzioni quale conseguenza diretta delle agevolazioni fiscali concesse per il recupero del patrimonio edilizio: sono aumentate le compravendite di abitazioni nei primi sei mesi dell’anno in corso (51,6%) e degli immobili non residenziali.

Segnali positivi giungono anche dal settore dei servizi, in particolare per il comparto turistico che, dopo aver risentito delle limitazioni agli spostamenti imposte dalle misure governative, vede crescere, anche se a livelli inferiori rispetto al periodo che ha preceduto la pandemia, le presenze turistiche. A fronte di una riduzione delle presenze turistiche pari al -49,7% nel 2020, che ha visto in termini assoluti ridursi le stesse da oltre 2,7 milioni a 1,4 milioni circa, da gennaio ad agosto 2021 i dati provvisori dell’APT indicano un aumento di circa il 25% rispetto agli stessi mesi del 2020. I consumi privati, in parte bloccati e dirottati sui beni durevoli durante il lockdown, da maggio-giugno 2021 sono potuti ripartire anche in servizi quali ristoranti, alloggi, intrattenimento, oltre che nei beni non durevoli.

Le esportazioni regionali, a fronte del calo misurato nel 2020 pari al -4,4% rispetto al 2019, meno intenso rispetto all’Italia e al Mezzogiorno (rispettivamente -9,7% e -13,7%), da gennaio a giungo 2021 registrano una ripresa quantificabile in 25,3% rispetto ai primi sei mesi del 2020. La dinamica è stata più intensa rispetto al Mezzogiorno (21,4%) e in linea con la media nazionale (24,2%). Le vendite dei mezzi di trasporto che costituiscono il 75% delle esportazioni lucane, anche se sono in crescita rispetto al corrispondente periodo del 2020, risultano minori rispetto al 2019, per effetto della carenza negli approvvigionamenti che sta investendo la filiera dell’automotive.

I dati resi noti da Infocamere Movimprese mostrano che il numero di iscrizioni, in calo dal 2017, tra il 2019 e il 2020 si riduce del -11,7%. Il numero di cessazioni, in rallentamento dal 2012, nel 2020 cala del -12,4% rispetto alla precedente annualità. Il tasso netto di turn over delle imprese, dato dalla differenza tra il tasso di natalità e quello di mortalità, è pari nel 2020 allo 0,4% in linea sia con il valore 2019 che con quello medio nazionale. Il dato è frutto della riduzione del tasso di natalità delle imprese in coincidenza con l’avvio della emergenza sanitaria e del contestuale calo del tasso di mortalità, quest’ultimo quale effetto dell’introduzione di misure di sostegno alle imprese messe in campo dal governo. Al III trimestre 2021 il tasso netto di turn over delle imprese è pari allo 0,6%, nel corrispondente intervallo temporale del 2020 era pari allo 0,5%. A livello nazionale misura lo 0,4%.

A livello settoriale si evidenzia oltre la metà delle imprese registrate opera nell’agricoltura e nel commercio (rispettivamente il 30,6% e il 31%). Il 15,2% nel settore dei servizi, l’11,6% nelle costruzioni e il restante 8% circa nel settore industriale.

Nella valutazione dei segnali positivi che hanno investito l’economia regionale, ma anche le altre regioni italiane, negli ultimi mesi non si può non tener conto della spinta fisiologica alla crescita derivante dal rimbalzo post-pandemico dei tassi che, nel periodo caratterizzato dalle chiusure derivanti dalle restrizioni imposte dalle misure governative, hanno toccato i minimi storici. Tali segnali di miglioramento potrebbero non essere duraturi, ci si aspetta, infatti, che negli ultimi mesi dell’anno l’espansione del PIL si attesterà su un livello più basso, quale diretta conseguenza dell’affievolimento della spinta legata al gap da colmare dopo la caduta. Del resto tale spinta, da sola, certamente non potrà garantire l’avvio di un percorso di sviluppo robusto e inclusivo nel futuro, generatore di benessere per molti e possibilmente per tutti. Sul contesto regionale, infatti, oltre alle criticità contingenti connesse alle scorie da shock pandemico ancora presenti nel flusso circolare dell’economia, pesano le debolezze strutturali del sistema produttivo lucano.

Per il 2022, ci si aspettano, i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse europee nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR) per finanziare riforme strutturali e investimenti aggiuntivi. Le stime governative circa il suo impatto macroeconomico, infatti, sostengono che il PIL italiano potrebbe risultare più alto, rispetto allo scenario base. Cruciale, dunque, sarà l’efficienza nella implementazione del Piano.

Il mercato del lavoro regionale nel 2020

L’occupazione

Il 2020, per il mercato del lavoro lucano, è stato un anno di apparente stabilità, nonostante la gravissima crisi pandemica. L’occupazione, nel corso dei quattro trimestri dell’anno, ha seguito la consueta curva stagionale, con il picco estivo nel terzo trimestre, in corrispondenza con la ripresa dei cantieri edili (in coincidenza con l’introduzione del superbonus del 110% con D.L. 34/2020) e con la stagione della raccolta in agricoltura.

La contrazione occupazionale rispetto alla media del 2019 è, in effetti, piuttosto limitata. Nel corso del 2020, vengono persi circa 2.500 posti di lavoro, riportando i livelli occupazionali lucani ai valori del 2008, annullando, quindi, la ripresa del 2019.

Evidentemente, i provvedimenti governativi emergenziali di tutela dell’occupazione adottati nel 2020, dal blocco dei licenziamenti alla estensione degli ammortizzatori sociali, CIG in primis, hanno limitato in misura consistente gli effetti occupazionali del pesante crollo produttivo connesso al lockdown pandemico.

Il calo occupazionale subito fra 2019 e 2020 dalla Basilicata è anche minore rispetto al dato meridionale ed a quello nazionale.

Tale minore impatto è, apparentemente, sorprendente, se si riflette alla gravità e profondità del calo produttivo subito dalla regione nel corso del 2020. Esso è il prodotto di almeno tre fattori:

  • Il minor peso occupazionale dei settori più esposti al lockdown: gli occupati nel commercio, alberghi e ristoranti, il comparto più colpito dai lockdown, sono il 18% del totale, a fronte del 22% meridionale e del 20% circa nazionale. Lo stesso dicasi per il comparto “altri servizi”, meno rilevante di quello meridionale e nazionale. Inoltre, l’incidenza di una componente piuttosto “rigida” al ciclo, come quella pubblica, è relativamente alta (circa 10,4 dipendenti pubblici per 1.000 abitanti), “calmierando” gli impatti sull’occupazione totale del ciclo economico;
  • La valvola di sfogo demografica: nel 2020, il saldo migratorio regionale, negativo per 4,2 punti, è stato di 6 volte più grave di quello nazionale. Una parte dell’impatto occupazionale, quindi, è stato “assorbito” dall’emigrazione, contribuendo allo spopolamento regionale. Infatti, come conseguenza dell’emigrazione, le forze di lavoro regionali (occupati + disoccupati) diminuiscono di ben 8.000 unità in un solo anno, raggiungendo il livello minimo registrato negli ultimi 7 anni in regione.
  • Il ruolo rilevante degli strumenti di ammortizzazione sociale, ed in particolare della CIG pandemica, nello smorzare gli effetti occupazionali del lockdown. Complessivamente, dalla sua istituzione ad aprile 2020 e fino a dicembre 2020, la CIG con causale pandemica ha erogato, insieme ai FIS per la medesima causale, 28,3 milioni di ore, coprendo quindi circa 17.000 occupati equivalenti a tempo pieno.

Nell’insieme, per tutte le causali, nel 2020 vengono concesse 27,2 milioni di ore di Cassa Integrazione Guadagni, più ulteriori 5,8 milioni di ore concesse tramite i FIS, per un totale di 33 milioni di ore. La causale covid ha quindi rappresentato l’86% circa delle ore concesse durante l’anno, costituendo quindi la motivazione principale del ricorso agli ammortizzatori sociali.

La CIG del 2020 si espande del 176,5% rispetto ai livelli del 2019, con incrementi particolarmente rilevanti rispetto all’anno precedente nei settori del legno, del commercio, pubblici esercizi, turismo ed altri servizi, delle industrie alimentari, della metallurgia, del tessile-abbigliamento e dei macchinari ed apparecchi elettrici.

In valore assoluto, l’automotive continua ad essere il settore con il maggior numero di ore, per via degli investimenti di ristrutturazione degli impianti per il ricambio previsto delle linee produttive, conseguente alla fusione fra Fca e Psa, cui si sommano quasi 7,5 milioni di ore di CIG legata al crollo del mercato automotive globale conseguente alla crisi del Covid e, poi, le difficoltà produttive legate al reperimento dei microprocessori sul mercato globale nel 2021. Segue il settore del commercio, pubblici esercizi, turismo e servizi vari, con oltre 5 milioni di ore e, come detto, una vera e propria esplosione della CIG conseguente alla chiusura pandemica delle attività.

In terza posizione vi è l’edilizia, con oltre 3 milioni di ore interamente dovute al fermo cantieri durante il lockdown, la cui ripresa legata al superbonus del 110% si materializza solo nella seconda parte dell’anno. Seguono i settori metallurgico (legato in filiera allo stop produttivo dell’automotive) e del mobile, che accusa il blocco degli acquisti e dell’export legato alla pandemia.

Nello specifico, espungendo dalla CIG autorizzata nel corso del 2020 la componente legata all’automotive, che non sembra essere correlata direttamente con licenziamenti, quanto piuttosto con una ristrutturazione impiantistica e con difficoltà di mercato e di approvvigionamento logistico, e considerando solo la parte ordinaria ed in deroga dello strumento, più direttamente legate al ciclo congiunturale, la perdita occupazionale teorica che il ricorso alla CIG (insieme al blocco dei licenziamenti) ha scongiurato, si aggira attorno alle 7.000 unità. Quindi, senza la CIG pandemica ed il blocco dei licenziamenti, nel 2020 la regione avrebbe perso 9.500 occupati (7.000 da CIG + 2.500) anziché i 2.500 effettivamente persi.

Nella sostanza, la limitata perdita occupazionale sul mercato del lavoro lucano è, in parte, un elemento “illusorio”, nella misura in cui nasconde rilevanti fenomeni di emigrazione (spinta evidentemente da disperazione lavorativa), in parte un elemento che deriva dalla specifica composizione settoriale dell’occupazione regionale, e della sua relativa rigidità, ed in ultima parte il frutto di importanti strumenti di ammortizzazione sociale e di tutela occupazionale previsti “ope legis”.

Di fatto, quindi, la relativa moderazione della perdita occupazionale subita dalla regione nel 2020 non può essere letta con nessun accento ottimistico, poiché non nasconde affatto preoccupanti derive in termini di impoverimento medio, rilevate, ad esempio, analizzando il dato riferito alla povertà relativa dei residenti, esplosa di oltre 10 punti (dal 16% del 2019 al 26,5% del 2020) collocando la Basilicata all’ultimo posto fra le regioni italiane, dal quattordicesimo occupato appena un anno prima, con una brusca perdita di sei posizioni nel ranking della povertà relativa delle regioni italiane.

Si tratta di un valore che è pari a circa il doppio della media nazionale e superiore di quasi 4 punti percentuali a quella meridionale, che testimonia di un improvviso e gravissimo peggioramento delle condizioni lavorative, reddituali ed economiche di circa un lucano su dieci, rispetto ad una situazione pregressa comunque non rosea. Di fatto, più di un cittadino della Basilicata su quattro, oggi, è in condizione di bisogno economico.

La disoccupazione e l’inattività

Accanto all’illusione ottica di un mercato del lavoro sostanzialmente stabile dal lato degli occupati, va registrata, nel controverso anno appena passato, anche l’apparente discesa della disoccupazione, che nel 2020 diminuisce del 22,7% rispetto al 2019, in virtù, soprattutto, della diminuzione dei disoccupati in precedenza occupati e degli inoccupati, ovvero dei giovani senza esperienza di lavoro. Sempre rispetto al 2019, aumenta la disoccupazione di chi è privo di titolo di studio o ha solo la licenza elementare (categoria peraltro numericamente del tutto marginale) mentre diminuisce per gli altri titoli di studio, con particolare rapidità per i titolari di diploma della scuola dell’obbligo.

Come per l’occupazione che, come si è visto, ha subito un calo relativamente moderato in ragione di elementi di contesto comunque non particolarmente favorevoli (come ad esempio la ripresa di forti flussi di emigrazione) anche il dato sulla disoccupazione va preso con molta cautela ed ampiamente qualificato, perché dipende da fattori esogeni (sia di tipo definitorio del dato stesso, sia di contesto).

Va infatti rilevato, in prima approssimazione, che tale fenomeno anomalo di contrazione della disoccupazione in un anno di crisi profonda come il 2020 si verifica in tutto il Paese e, in misura più accentuata, nelle regioni meridionali strutturalmente caratterizzate da condizioni occupazionali più fragili, il che è un ovvio paradosso.

Intanto, la riduzione di circa 700 disoccupati in precedenza inattivi non è, di per sé, un segnale positivo, poiché è indicativo di un aumento del bacino di lavoratori scoraggiati, cioè di disoccupati che rinunciano anche ad effettuare attività di ricerca di una occupazione, allontanandosi quindi ulteriormente dal mercato del lavoro.

Inoltre, anche sulla disoccupazione di chi aveva un lavoro precedente influisce, in misura significativa, il provvedimento governativo di blocco dei licenziamenti e l’espansione enorme del ricorso alla CIG pandemica, che di fatto mantiene, artificialmente, i lavoratori in una condizione di “occupazione”1 pur essendo, di fatto, allontanati dal ciclo produttivo e spesso vittime di un destino futuro di licenziamento.

Per finire, la riduzione degli inoccupati è legata, in parte, anche al flusso di emigrazione dei giovani, specie di più alto livello di scolarizzazione, che più facilmente riescono a trovare posti di lavoro lontano dalla loro regione di origine. Infatti, la riduzione numerica degli inoccupati fra 2019 e 2020, pari a poco meno di 2.000 unità, si ripartisce soprattutto fra laureati o post-laureati (-1.000 unità) e diplomati. Si tratta di persone giovani, con un titolo di studio superiore, o di tipo professionale, facilmente spendibile, che emigrano dalla regione.

Tenendo conto dei caveat nell’interpretazione del dato, che, come detto, distorce l’immagine complessiva di un mercato del lavoro tutt’altro che in fase di miglioramento, in termini di analisi di genere, la riduzione della disoccupazione è leggermente più veloce per i maschi (-23%) che per le femmine (-22,3%), preservando, ed anzi ampliando leggermente, i divari di genere.

Ciò che è infatti mascherato dai dati sulla disoccupazione riemerga da quelli sull’inattività. In particolare, le cosiddette forze di lavoro potenziali, composte da popolazione in età da lavoro che cerca una occupazione in modo non attivo, ed in forma intermittente (i classici “disoccupati scoraggiati”, che per lunghi periodi escono completamente dal mercato del lavoro) e da chi cerca una occupazione ma non è subito disponibile a lavorare (ad es. perché ha già una occupazione in nero, oppure perché, avendo preventivato un periodo di disoccupazione lungo, ha fatto altri programmi per l’immediato futuro, ad es. si è iscritto all’Università o ad un corso di formazione) crescono di quasi un punto percentuale, per circa 800 unità in più, fra 2019 e 2020.

Se ne ricava, quindi, che una quota non indifferente della sopra analizzata riduzione della disoccupazione “ufficiale”, pari a circa il 25%, è in realtà caduta nell’inattività, ovvero nella rinuncia a cercare lavoro in forma continuativa e con speranza di trovarlo a breve. Tale situazione di crescita della disperazione lavorativa riguarda soprattutto gli uomini, poiché le forze di lavoro potenziali femminili si riducono del 3,1%.

Anche tale dato è però parzialmente distorto, nella misura in cui, se le forze di lavoro potenziali femminili si riducono, le donne inattive in età da lavoro totali (comprendenti quindi anche le donne che non cercano lavoro, ad es. le casalinghe) aumentano, invece, di 700 unità complessive, marcando quindi un deciso allargamento del bacino delle donne che abbandonano completamente il mercato del lavoro, rinunciando persino a cercare in via intermittente una occupazione.

Fra disoccupazione reale e disoccupazione ufficiale: la distanza dei dati dalla realtà

Come anticipato, i dati ufficiali della disoccupazione mostrano, nell’annus horribilis del 2020, una riduzione, peraltro condivisa a livello nazionale, che appare quantomeno paradossale, anche alla luce della perdita di 2.500 posti di lavoro. Occorre quindi riqualificare e ritarare il dato statistico ufficiale, al fine di pervenire ad una immagine più realistica della situazione.

A tale fine, occorre fare una considerazione importante: insieme al dato sulla caduta in inattività di una quota crescente di popolazione, un’altra quota della riduzione apparente della disoccupazione ufficiale è stata, come anticipato dianzi, mascherata dall’emigrazione. Nel corso del 2020, la Basilicata ha perso, in termini netti, 4.914 residenti in età da lavoro (in particolare, in età compresa fra i 20 ed i 64 anni). Parte di questo flusso può essere dovuto ad iscrizioni in Università di altre regioni da parte dei più giovani2, o ad altri fenomeni, ma una quota non indifferente (almeno l’80%) va attribuita ad emigrazione per motivi di lavoro di interi nuclei familiari, non di rado monoreddito. Quindi circa 2.000 disoccupati regionali sono diminuiti esclusivamente per motivi migratori. La parallela riduzione delle donne in età da lavoro inattive può, in tale chiave di lettura dei dati, essere legata al fatto che esse sono emigrate insieme al marito, facendo parte di nuclei familiari in cui l’uomo è l’unico che lavora.

Detto in altri termini: la riduzione di 4.900 unità di popolazione in età da lavoro in Basilicata, fra 2019 e 2020, può essere così scomposta:

  • I 5.400 disoccupati in meno registrati nell’anno, al netto degli 800 che, come visto prima, sono caduti in scoraggiamento ed inattività, in presenza di una riduzione anche del numero di posti di lavoro, non possono che essere emigrati ed al netto di una quota di mortalità, che tale specifica classe di età (15-64 anni) si aggira attorno alle 300 persone, considerando anche il Covid, quindi circa 4.400 persone;
  • Circa 200 studenti universitari emigrati (fonte Miur);
  • Circa 300 persone per altri motivi (ad esempio, componenti inattivi di nuclei familiari monoreddito, che seguono il percettore di reddito familiare nell’emigrazione).

Di fatto, quindi, eliminando dal dato ufficiale sulla disoccupazione tutti gli schermi deformanti che si sono analizzati (assorbimento tramite la CIG pandemica, emigrazione) essa risulta essere in aumento anziché in diminuzione. Fra 2019 e 2020, infatti:

  1. 4.400 lucani sono emigrati per motivi di lavoro;
  2. 800 sono caduti nell’inattività, quindi non risultano più dalle statistiche sui disoccupati ufficiali, perché non cercano più neanche il lavoro;
  3. Circa 7.000 occupati hanno evitato la disoccupazione grazie al combinato disposto fra blocco dei licenziamenti ed estensione della CIG pandemica.

Se il dato sub A non è interpretabile come disoccupazione aggiuntiva, pur nella tristezza dell’abbandono della propria terra, perché può preludere al rinvenimento di un lavoro in regioni più dinamiche, i dati sub B e C, se sommati ai 17.700 disoccupati “ufficiali”, fanno sì che il tasso di disoccupazione reale non solo sia in crescita di quasi due punti percentuali rispetto al 2019, ma soprattutto sia di 5,4 punti superiore rispetto al dato ufficiale, attestandosi al 14%, in luogo dell’8,6% che viene evidenziato da statistiche oramai troppo lontane dalla realtà effettiva e, anno per anno, sempre più scollate fra definizioni statistiche ufficiali e situazioni effettive del mercato del lavoro (e per questo motivo, dal 2021 l’Istat sta modificando la sua indagine sulle forze di lavoro).

I primi dati per il 2021: anticipazioni e stime

Come detto più volte, al momento della redazione del presente documento, l’Istat non mette ancora a disposizione, per i primi due trimestri del 2021, i dati relativi al mercato del lavoro, in quanto l’indagine sulle Forze di Lavoro è in fase di riconfigurazione. Al momento, quindi, dall’Istat vi sono soltanto alcune “indiscrezioni”, senza però i dati, in base alle quali il numero di occupati sarebbe aumentato nel primo semestre dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il che è abbastanza ovvio, considerato il rimbalzo congiunturale dell’attività produttiva dopo il lockdown. Questo miglioramento avrebbe consentito una parziale ricrescita della partecipazione al mercato del lavoro, che era significativamente diminuita nei mesi di maggiore diffusione dell’emergenza sanitaria. Non è però ancora dato sapere di quanto sarebbe migliorato il dato occupazionale lucano, né l’impatto che ha avuto lo sblocco dei licenziamenti, in parte attuato dal 1 luglio ed in parte dal 1 novembre.

Gli unici dati disponibili al momento della redazione di questo report, per i primi mesi dell’anno in corso, sono quelli dell’Inps, che riguardano non tanto gli stock (ovvero il numero di occupati, disoccupati, inattivi, ecc.) come nell’indagine Istat, quanto i flussi, ovvero la dinamica delle assunzioni e cessazioni dei contratti di lavoro. Da tali dati, insieme ad alcune informazioni complementari, si cercherà di delineare l’andamento del mercato del lavoro regionale nel 2021, anche alla luce del progressivo esaurimento, a partire da luglio, dei provvedimenti di tutela introdotti con la pandemia, ad iniziare dallo sblocco dei licenziamenti, che dal 31 ottobre riguarda tutti i settori.

Nei primi sei mesi del 2021, sono state effettuate in Basilicata 26.782 assunzioni. Si tratta di un dato più alto di quello del 2020 (20.976) ma lontanissimo da quello che si verifica in un anno “normale”, come il 2019 (34.361 nel primo semestre). Se nel primo semestre del 2020 le assunzioni sono crollate del 29%, come ovvio effetto del blocco produttivo di interi comparti dell’economia, esse ricrescono solo del 27,7% con le ripartenze dei primi sei mesi del 2021.

Se è vero che la ricrescita tendenziale del numero di assunzioni è più rapida della media nazionale, è anche vero che essa fa seguito ad un 2020 di crollo delle assunzioni notevolmente più profondo di quanto verificatosi nel resto del Paese. In conseguenza di ciò, il rimbalzo congiunturale, partendo da un dato di riduzione più grave nell’anno precedente, risulta essere più ampio. Non sembra esserci, quindi, una ripartenza del mercato del lavoro particolarmente accentuata in corrispondenza con le riaperture del 2021, quanto piuttosto un rimbalzo fisiologico in corrispondenza ad una caduta del numero di assunzioni particolarmente grave nel periodo precedente.

La distanza con il numero di assunzioni effettuate nel primo semestre 2019 mostra come tale ripartenza sia parziale, incompleta, cioè come il motore dell’economia e del mercato del lavoro non sia ancora tornato alla normalità3.

Nello specifico, il mercato del lavoro riparte essenzialmente con i contratti precari: le assunzioni a tempo indeterminato rimangono bassissime, crescendo solo del 6,3% rispetto al tonfo del 2020, mentre i contratti a termine, e soprattutto quelli stagionali ed in somministrazione hanno tassi di incremento a doppia cifra ed il numero di contratti di apprendistato rimane, in valore assoluto, molto basso.

Il 55% delle nuove assunzioni viene effettuato con contratti a tempo determinato; un altro 29% circa con contratti stagionali, a somministrazione o intermittenti. Le assunzioni a tempo indeterminato rappresentano soltanto il 14% del totale. L’apprendistato, strumento che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare la via maestra per la transizione garantita fra scuola e lavoro, costituisce oramai circa il 2% dei contratti stipulati in regione, soffocato com’è dalla scarsa volontà delle imprese di caricarsi i costi di un addetto da stabilizzare a fine contratto e dalle farraginosità burocratiche dello strumento.

Anche il numero di trasformazioni di contratti a termine o precari in contratti a tempo indeterminato o di apprendistato, seppur in crescita dopo la paralisi del 2020, è sensibilmente inferiore al dato del 2019, segnalando quindi una inversione di tendenza, che porta ad una minore propensione, da parte delle imprese lucane, a stabilizzare i propri dipendenti, in una situazione di grande incertezza circa l’effettività della ripresa economica in atto.

Tale “partenza incompleta” delle assunzioni nel mercato del lavoro regionale, numericamente meno rilevante in confronto con altri anni normali, è quindi basata principalmente su contratti precari, e normalmente di breve periodo (come quelli stagionali) e riflette le incertezze delle imprese circa la consistenza e la durata della ripresa post-lockdown. Si tratta quindi di una ripartenza gracile, precaria, che presumibilmente non incide positivamente sui salari né produce miglioramenti delle condizioni di lavoro.

Le cessazioni di contratti di lavoro, dal canto loro, sono state 18.815 nei primi sei mesi del 2021, con un saldo positivo, fra assunzioni e cessazioni, di 7.967 unità. Detto saldo è, ovviamente, grazie alla riapertura delle attività produttive, nettamente superiore a quello del primo semestre del 2020 (+2.070) e non è particolarmente più alto di quello del primo semestre del 2019 (+7.103). Ovviamente, un saldo positivo non dimostra una creazione netta di nuovi posti di lavoro, quanto, piuttosto, la ripresa di una dinamica dei flussi relativamente normale nei primi mesi del 2021, dopo la paralisi, in entrata ed in uscita, del mercato del lavoro lucano nel 20204.

L’andamento storico del numero delle cessazioni, peraltro, è in discesa, il che può essere indicativo del parziale esaurimento della fase più acuta della ristrutturazione del mercato del lavoro regionale dopo la lunga crisi del 2008-2015.

Coerentemente con la ripartenza di attività “artificiosamente” fermate dal Covid, il ricorso alla CIG diminuisce del 13,7% nei primi nove mesi del 2021, rispetto all’analogo periodo del 2020. La riduzione è più rilevante per la componente ordinaria, più direttamente connessa al ciclo produttivo ripartente nel breve periodo, mentre la CIG straordinaria ed in deroga scendono più leggermente, sia perché i programmi di ristrutturazione di Stellantis sono a più lunga durata, sia perché i settori che usufruiscono della deroga sono ancora in blocco dei licenziamenti fino a fine ottobre, quindi assorbono ancora un alto numero di ore di CIG per compensare l’impossibilità di licenziare.

Inoltre, malgrado la sua contrazione rispetto al 2020, la CIG dei primi nove mesi del 2021 è notevolmente più alta di quella registrata nei primi nove mesi degli anni pre-pandemici, essendo pari al 211,2% del valore del periodo gennaio-settembre 2019 ed al 773,6% per i primi nove mesi del 2018. Ciò evidenzia chiaramente come la ripresa economica nel corso del 2021 sia stata assolutamente parziale, e come si sia ancora lontani da condizioni di attività produttiva e mercato del lavoro “normali”.

Nel dettaglio, la CIG dei primi nove mesi del 2021, fino a settembre, decresce in quasi tutti i settori, dimezzandosi in edilizia, nel settore metallurgico ed in agricoltura e riducendosi di due terzi nel settore estrattivo, grazie al riavvio delle attività petrolifere. Tuttavia, la CIG aumenta ancora nei settori che non ripartono, in particolare nell’automotive, dove aumentano gli interventi ordinari, legati ad un ciclo di ripresa settoriale ancora insufficiente (anche a causa delle difficoltà logistiche di approvvigionamento di microprocessori), nel settore dell’abbigliamento ed in quello della carta ed editoria.

Infine, commercio e servizi (-13% rispetto ai primi nove mesi del 2020) ed industria alimentare (-22,6%) rimangono su valori di CIG piuttosto elevati, come conseguenza di una domanda finale di consumo debole.

Va altresì notato che, rispetto alla normale stagionalità della CIG negli anni pre- pandemici, in cui, tipicamente, si verificava il picco di ore autorizzate fra aprile e maggio, per poi scendere al minimo nei mesi estivi, grazie all’assorbimento di manodopera stagionale in agricoltura, edilizia e turismo, nel corso dei primi nove mesi del 2021 si verificano andamenti anomali: accanto al picco “tipico” in corrispondenza dell’inizio dell’estate, con un brusco calo nei mesi estivi successivi, si verifica un forte incremento a marzo, legato alla componente ordinaria dell’automotive, mentre la ripresa del numero di ore, che normalmente inizia da settembre, nel 2021 viene avviata già da agosto.

Si tratta di un elemento di attenzione e di allarme importante: la ripresa anticipata ad agosto della CIG è probabilmente legata alla prima fase di smantellamento del divieto di licenziamenti, che per le imprese medio-grandi dell’industria (al netto del comparto del tessile-abbigliamento e pelli) scattava dal primo luglio, dopo aver esaurito le ore di CIG pandemica ancora disponibili. Si potrebbe trattare di un incremento di ore propedeutico ad un allontanamento progressivo dei lavoratori dall’azienda, in vista di licenziamenti imminenti.

In particolare, tale incremento “anticipato” ad agosto della CIG è concentrato nelle imprese del comparto del commercio, turismo e pubblici esercizi ed in quelle degli altri servizi, con particolare riferimento al settore dei trasporti e della logistica. Si verifica anche un balzo (nonostante la chiusura festiva agostana degli stabilimenti) per le imprese della chimica, gomma e plastica e per quelle del tessile-abbigliamento-pelle.

Evidentemente, per tali settori, la ripartenza anticipata ad agosto della CIG è un indicatore-spia di possibili licenziamenti di massa nei mesi a venire, e quindi vanno monitorati con particolare attenzione.

Nulla è ancora possibile dire circa l’impatto più importante dello sblocco dei licenziamenti, quello che si è verificato a partire dal 31 ottobre, e che, riguardando le PMI, le imprese del terziario e dell’artigianato (oltre che le imprese del tessile-abbigliamento di tutte le dimensioni), di fatto coinvolge più del 90% dell’apparato produttivo lucano.

I dati previsionali dell’indagine della Banca d’Italia, riferiti al solo comparto industriale ed a imprese con almeno 20 addetti (quindi un panel solo parzialmente rappresentativo dell’economia lucana, in cui prevalgono numericamente imprese più piccole ed operanti nei servizi) non sono del tutto incoraggianti: più del 60% delle imprese intervistate prevede, nel prossimo periodo novembre 2021-aprile del 2022, di mantenere stabile il numero di ore lavorate sui livelli del mese di ottobre. Solo un 30% circa ritiene di poterle aumentare, con poco meno del 10% di imprese, ancora in forte crisi, che prevede una riduzione.

Nei primi tre mesi del 2021, invece, lo scenario era ben diverso: più del 50% degli intervistati prevedeva un incremento del numero di ore lavorate. Ciò significa che una quota rilevante di imprese intervistate che, nel primo trimestre, prevedevano un maggior numero di ore lavorate, per i prossimi mesi prevede una stabilizzazione di tale parametro.

Lo scenario che si prospetta, quindi, almeno per il comparto delle imprese industriali con almeno 20 addetti, è il rischio di una stagnazione, o comunque di un significativo rallentamento, della ripresa occupazionale, dopo un aumento accelerato nei primissimi mesi post-lockdown. La crescita occupazionale, quindi, si indebolisce, rischiando di diventare piatta. Per taluni settori produttivi specifici, poi, essa rischia addirittura di produrre emorragie occupazionali legate allo sblocco dei licenziamenti.


1 Proprio per questa condizione spesso artificiosa di mantenimento dello status occupazionale dei lavoratori beneficiari di ammortizzatori sociali, l’Istat sta provvedendo ad un cambiamento della definizione dei disoccupati, al fine di includervi anche gli addetti in CIG.

2 Secondo i dati del Miur, infatti, fra gli anni accademici 2018/19 e 2019/20 gli studenti lucani che si iscrivono in Università o Istituti di alta formazione non ubicati sul territorio lucano crescono di 226 unità che, almeno in parte, con il tempo, cambieranno anche la regione di residenza.

3 Il dato rilevato dal rapporto congiunturale della Banca d’Italia, più ampio perché riferito ai primi 8 mesi e non ai primi 6, non smentisce i nostri risultati, poiché si parla di 36,4mila assunzioni nel periodo gennaio- agosto 2021, contro i 32,3mila del medesimo periodo del 2020 ed i 49,2 del 2019.

4 Tali saldi vanno infatti interpretati con attenzione, nella misura in cui essi non rappresentano necessariamente nuovi posti di lavoro netti aggiuntivi, poiché un medesimo contratto di lavoro, per la stessa persona, può essere attivato, cessato e riattivato più volte durante l’anno.