Val D’Agri e COVA - Settimo rapporto
Situazione, impatti e prospettive
Introduzione
Nel presente paper si intende dare una visione complessiva dell’assetto socio-economico fondamentale della Val d’Agri, sulla base dei dati statistici esistenti. Da tale immagine, si intende procedere ad una simulazione della situazione territoriale del comprensorio nel caso in cui il Cova dovesse chiudere e le royalties destinate direttamente ai Comuni dovessero progressivamente esaurirsi. Infine, per fornire una via d’uscita a tale prospettiva, che si in grado di salvaguardare i livelli occupazionali e demografici e di garantire una prospettiva di sviluppo, si analizzeranno alcuni casi di studio di interventi sul territorio, in altre regioni italiane, motivati dalla chiusura di attività di tipo petrolifero.
Si precisa che il comprensorio preso in considerazione in tale lavoro è costituito dai Comuni di Armento, Aliano, Castronuovo di Sant'Andrea, Corleto Perticara, Gallicchio, Grumento Nova, Guardia Perticara, Marsico Nuovo, Marsicovetere, Missanello, Moliterno, Montemurro, Paterno, Roccanova, San Chirico Raparo, San Martino d'Agri, Sant'Arcangelo, Sarconi, Spinoso, Tramutola, Viggiano. Tali Comuni rientrano, in maggior parte, nei sistemi locali del lavoro di Marsicovetere e Sant’Arcangelo. Pertanto, sarà a questa accezione “allargata” della Val d’Agri che il lavoro si rivolgerà.
L’assetto socio economico della val d’agri
La demografia
Al 1 gennaio 2024, la popolazione residente in Val d’Agri ammonta a 46.074 abitanti, ovvero il 13,4% del totale della provincia di Potenza e l’8,3% di quella lucana. I centri maggiori sono Sant’Arcangelo (6.012 abitanti) e Marsicovetere (5.622). Il 48,9% è costituito da maschi, il 51,1% da femmine. Detta popolazione è in continuo calo dal 2019 ad oggi.
Si tratta di una popolazione sostanzialmente anziana. Gli ultrasettantaquattrenni costituiscono infatti il 12,6% della popolazione. I minori di anni 19 sono soltanto il 18%. L’indice di ricambio è quindi pari a 0,811, indicando una perdita di popolazione dovuta alla bassa natalità. Come è possibile vedere dalla fig.1, infatti, i Comuni della Val d’Agri si posizionano nelle classi più basse di nati vivi (colore giallo).
La popolazione straniera è esigua: al 2021, si tratta di 1.824 stranieri residenti, un dato troppo basso per contrastare il declino demografico dell’area. Rispetto all’intera provincia di Potenza, però, la concentrazione numerica di stranieri è relativamente alta, soprattutto grazie alle attività agricole e di servizi alla persona.
Takeaways:
- Popolazione ridotta ed in diminuzione;
- Densità demografica bassa;
- Popolazione estremamente anziana;
- Basso ricambio fra giovani ed anziani;
- Popolazione straniera esigua ma significativa in termini di concentrazione.
Servizi essenziali
Il livello dei servizi essenziali è molto scarno ed insufficiente. Il numero di utenti dei servizi per la prima infanzia è uniformemente basso in tutta l’area, se non su Marsicovetere.
Analogamente, la diffusione degli sportelli bancari è modesta, e si concentra nell’area Marsicovetere- Viggiano e, in misura minore, a Sant’Arcangelo.
Analogo discorso vale per i servizi di cura, sostanzialmente esterni al territorio della Val d’Agri.
Takeaways:
- Modesta ed a volte inesistente diffusione dei principali servizi alla persona;
- La modesta presenza si baricentra sui due centri maggiori, Sant’Arcangelo e Marsicovetere.
Imprese ed addetti
Al 2019 risultano presenti sull’area 2.926 unità locali di imprese extragricole, il 7,8% del totale regionale e l’11,8% del totale della provincia di Potenza. Si tratta di percentuali di incidenza inferiori a quelle della popolazione, che mostrano come, nonostante le royalties, non vi sia stato, in questi anni, nessun particolare fenomeno di ispessimento del tessuto imprenditoriale locale. Come per i servizi, le unità locali si addensano soprattutto nell’area di Marsicovetere e Comuni limitrofi e, in misura meno intensa, su quella di Sant’Arcangelo. La fascia centrale della Val d’Agri è pressoché sguarnita di imprese
L’analisi della distribuzione per macrosettori delle unità locali extragricole restituisce l’immagine di un tessuto produttivo fortemente terziarizzato, focalizzato su piccolo commercio, ristorazione e servizi alla persona a basso valore aggiunto, nonché sull’industria delle costruzioni, spesso costituita da micro o piccole aziende familiari attive nel circuito del subappalto o delle attività specializzate (impiantistica di edifici, ecc.). Il tessuto manifatturiero è debole, concentrato soprattutto su Viggiano (attività indotte del petrolifero, agroalimentare, meccanica di precisione e apparecchiature) e Marsicovetere (più precisamente nell’area di Villa d’Agri, dove operano realtà manifatturiere artigianali, agroalimentare, attrezzature per l’industria).
Quanto agli occupati extragricoli, essi hanno un andamento oscillante, ma dopo il lockdown del Covid crescono in misura rilevante, attestandosi a 6.425 unità nel 2022. La crescita è interamente attribuibile alle costruzioni (che hanno beneficiato dell’effetto del Superbonus del 110%), in misura molto meno evidente al manifatturiero (specie nel settore indotto dell’estrazione) ed al comparto dei servizi non commerciali, essenzialmente nei servizi alla persona e nell’alberghiero-ristorazione.
Come è possibile vedere, il grosso della manodopera non agricola della Val d’Agri, il 44% complessivo, è concentrato nel commercio-riparazioni veicoli e nelle costruzioni. L’11,5% opera nel manifatturiero (essenzialmente agroindustria, indotto del Cova e produzione di equipaggiamenti per l’industria) ed il 10,2% nei servizi professionali (commercialisti, avvocati, notai, ecc.). Un ulteriore 9,7% è occupato nei servizi di alloggio e ristorazione.
In termini di indici di specializzazione produttiva2, che misurano il modello di specializzazione del territorio rispetto all’economia regionale lucana, la Val d’Agri risulta particolarmente specializzata, rispetto al resto della Basilicata, nell’estrazione petrolifera e, a seguire, nei servizi di logistica (anch’essi legati in buona parte alla movimentazione del greggio) e, in misura minore, nel manifatturiero, specialmente nelle attività legate al Cova.
L’area è poco specializzata, invece, nei servizi ad alto valore aggiunto, come la ricerca, i servizi alle imprese, i servizi Ict. Anche il comparto alberghiero-ristorativo, seppur fra i principali datori di lavoro dell’area, è ancora poco specializzato, ed ha quindi margini di crescita, rispetto al resto della regione.
Le aziende agricole dell’area sono 2.646, per quasi 40.000 ettari di superficie agricola utilizzata. Corleto Perticara e Sant’Arcangelo concentrano, ciascuno, più del 10% delle aziende agricole locali. Si tratta di dati cospicui, che manifestano una evidente vocazione agricola del territorio. Peraltro, le aziende agricole, con una SAU aziendale media di circa 15 ettari, sono piuttosto grandi, se confrontate con la media nazionale, che è di soli 11 ettari. Particolarmente grande è la SUA aziendale su Gallicchio, Guardia Perticara e San Martino d’Agri.
L’agricoltura fornisce lavoro a 4.576 persone, che vanno quindi ad aggiungersi ai 6.425 addetti non agricoli, per una occupazione totale dell’area di circa 11.000 persone. Più della metà dell’occupazione è costituita dal conduttore/proprietario stesso e dai suoi familiari stretti, ma vi sono anche più di 1.500 addetti che non fanno parte della famiglia del conduttore e che lavorano in regime di bracciantato. Le aziende agricole locali occupano circa 1,7 addetti per azienda, a fronte dei 2,4 su scala media nazionale e in questo, considerando le ampie superfici aziendali medie, vi è spazio per un ulteriore sviluppo occupazionale.
Takeaways:
- Un tessuto produttivo numericamente scarso e fragile, operante soprattutto in settori terziari a basso valore aggiunto e nel circuito del subappalto edile;
- Una forte polarizzazione del tessuto produttivo su Marsicovetere e Sant’Arcangelo, lasciando indietro la fascia centrale della Val d’Agri;
- La crescita recente dell’occupazione locale è fortemente legata al comparto estrattivo ed al suo indotto manifatturiero e logistico, oltre che ad alcuni settori quali l’alberghiero-ristorativo;
- Un comparto agricolo, a conduzione perlopiù familiare, importante in termini di numeri di aziende e di occupazione.
Una stima dei potenziali effetti negativi della chiusura del Cova
Considerato il quadro demografico e socio economico della Val d’Agri sopra delineato, in tale paragrafo si assumerà uno scenario di chiusura del Cova di Viggiano, di parallela cessazione delle attività estrattive dell’ENI e di conseguente interruzione delle royalties versate da ENI ai Comuni del bacino estrattivo della Val d’Agri. Qualsiasi valutazione di impatto occupazionale deve necessariamente considerare le seguenti tre classi di effetti:
- Effetti diretti, ovvero le conseguenze immediate e più prossime al settore considerato dallo scenario ipotizzato, in questo caso le conseguenze dirette sull’occupazione estrattiva;
- Effetti indiretti, ovvero gli effetti che si verificano sui settori collegati in filiera;
- Effetti indotti, ovvero gli effetti di lungo periodo sull’intera area considerata.
Effetti diretti
Gli effetti diretti si applicano agli occupati direttamente connessi alle attività estrattive. Si ipotizza che la chiusura del Cova sia legata ad uno scenario estremo di smantellamento delle attività dell’ENI nella Val d’Agri. I numeri sono i seguenti, in termini di distruzione di posti di lavoro:
- Industria estrattiva;
- Servizi connessi all’estrazione;
- Lavorazioni legate al petrolio.
Totale degli effetti diretti: perdita di occupazione pari a 450 occupati, l’8,5% del totale dell’occupazione extragricola della Val d’Agri (analisi basata su dati Istat aggiornati al 2022).
Effetti indiretti
Gli effetti indiretti si applicano a settori connessi in filiera con l’attività estrattiva, ovvero:
- Servizi connessi all’estrazione petrolifera;
- Raffinazione del petrolio greggio;
- Fabbricazione di gomma e plastica e loro prodotti;
- Chimica di base;
- Fibre sintetiche;
- Trasporti e logistica del petrolio.
La scala degli effetti indiretti si applica ad una dimensione perlomeno regionale, poiché la filiera si chiude su un territorio più ampio della sola Val d’Agri. Prenderemo quindi in considerazione gli effetti indiretti su scala regionale. Questi sono:
- Servizi connessi all’estrazione;
- Raffinazione e lavorazione del petrolio;
- Chimica di base e produzione di gomma/plastica;
- Fibre sintetiche;
- Logistica legata al petrolio.
Totale degli effetti indiretti: 1.300 occupati in meno. E’ importante notare che gli effetti indiretti sull’intera regione si sommano a quelli diretti riferiti alla sola Val d’Agri, per un totale di 1.800 occupati in meno su scala regionale complessiva, convertendosi in un calo del 1,4% dell’occupazione lucana totale.
Effetti indotti
Gli effetti indotti sono quelli che non si concentrano su un solo indicatore, ad esempio quello occupazionale, ma incidono sull’intero quadro macroeconomico. L’indicatore macroeconomico di sintesi sul quale si riversano tali effetti è dunque il PIL, o valore aggiunto. Non esistono, ovviamente, dati di valore aggiunto su scala subprovinciale, per cui non è possibile calcolare l’impatto sulla ricchezza disponibile complessiva del territorio. Tuttavia, il Dipartimento delle Finanze del Mef e l’Istat mettono a disposizione le serie storiche del reddito imponibile ai fini Irpef, che approssima di molto il valore aggiunto3, poiché nell’Irpef sono calcolati anche i redditi fondiari e da capitale. Tali dati evidenziano come la Val d’Agri abbia prodotto nel 2021 (ultimo anno disponibile) 735,6 milioni di euro di reddito, pari a 26.758 euro di reddito annuo lordo per singolo contribuente, ovvero l’83% del reddito medio pro capite regionale al 2021.
In particolare, il reddito imponibile totale della Val d’Agri ha un andamento temporale crescente, interrotto solo dalla crisi indotta dal lockdown pandemico negli anni 2019 e 2020, ma con una ripresa già nel 2021 che gli fa superare i valori storici pre-Covid. Il reddito imponibile per contribuente segue esattamente lo stesso andamento.
La curva delle royalties petrolifere fra 2016 e 2021 (fonte: Mimit) erogate ai Comuni della Val d’Agri nel loro insieme è la seguente (cfr. graf. 10). Si tratta di una dinamica crescente, interrotta solo dal rallentamento delle estrazioni durante il periodo 2019-2020.
Una rappresentazione congiunta dei dati 2016-2021 del reddito e delle royalties in Val d’Agri consente di stimare, con il metodo dei minimi quadrati ordinari, la retta di regressione fra i punti che per ogni anno rappresentano la coppia di valori. Tale retta ha come coefficiente angolare il valore 5,9522, mentre l’indice R2, positivo, mostra come l’andamento dei redditi sia direttamente e positivamente correlato al valore di royalties erogate. In altri termini, il “PIL” della Val d’Agri dipende in modo diretto da quante royalties sono erogate.
In uno scenario “brutale” in cui le royalties venissero completamente azzerate, il “PIL” della Val d’Agri perderebbe immediatamente il 10% del suo valore, assestandosi su poco più di 600 milioni di euro.
In uno scenario più graduale di riduzione del 20% delle royalties ogni anno, quindi, il “PIL” della Val d’Agri assumerebbe l’andamento espresso dalla tab. 6. Ci sarebbe immediatamente un calo del 2,05% nell’anno successivo all’anno “enne” di inizio delle previsioni, per poi assestarsi su cali inferiori negli anni successivi, con una perdita totale di 9,95 punti di PIL locale nell’arco di 12 anni.
Nel caso di una riduzione del 10% annuo, ci sarebbe uno shock iniziale di (-1,02) punti di PIL, ed una perdita totale di 7,60 punti nell’arco di 12 anni.
E’ ovvio che la perdita di PIL è tanto minore nei 12 anni di scenario previsionale quanto più graduale è la riduzione delle royalties.
Effetti sull’intera regione
Gli effetti di una eventuale chiusura del Cova si amplificheranno anche al livello regionale, fuori dalla sola Val d’Agri. Su indicatori quali l’export e il valore aggiunto regionale, gli effetti si farebbero sentire.
Nella prospettiva di una chiusura del Cova, le esportazioni diminuirebbero di una percentuale compresa fra il 4 ed il 5%. La dipendenza dell’export lucano rispetto al petrolio è cresciuta negli anni, come si vede dal grafico sottostante.
Gli effetti, poi, si farebbero sentire sul PIL regionale, e non solo a causa del calo delle esportazioni, ma soprattutto in ragione del minor gettito di royalties regionali. Esse infatti costituiscono, per la sola componente ENI (cioè la componente che sarebbe pregiudicata dalla chiusura del Cova) circa lo 0,6-1% della copertura della spesa pubblica regionale (dato Cpt).
I conti sono presto fatti: la spesa pubblica incide per lo 0,9% del Pil. Un azzeramento della componente ENI delle royalties peserebbe quindi per mezzo punto di PIL regionale in meno. Cui va aggiunto il minore export, per un calo complessivo del Pil regionale di 0,91 punti, nel caso di chiusura totale del Cova e di parallelo azzeramento delle royalties pagate da ENI.
Conclusioni: gli impatti complessivi su Val d’Agri e regione
Siamo quindi nelle condizioni di poter sintetizzare gli impatti, a livello della Val D’Agri e su scala regionale, di una chiusura del Cova.
Alcuni casi di studio di riconversione di produzioni petrolifere
La CGIL è consapevole della necessità e dell’urgenza di una riconversione ecologica delle produzioni, che vada oltre un modello basato sul consumo di combustibili fossili. La richiesta che si avanza non è quindi quella di una difesa corporativa del Cova nell’ambito di un assetto del territorio che ha causato indubbi danni ambientali ed alla salute e che va superato. Quello che si chiede è una garanzia di tenuta occupazionale e sociale per evitare gli impatti negativi, sul territorio della Val d’Agri e su tutta la regione, stimati nel precedente paragrafo, attraverso una riconversione produttiva del modello estrattivo e della sua filiera, in modo da conservare e riqualificare in senso ambientale l’occupazione locale. In questa sezione, dunque, si evidenzieranno alcuni casi di studio di altri territori nazionali, per dare l’idea di una possibile riqualificazione del territorio in uscita dal modello estrattivo.
Livorno – la riconversione della raffineria ENI di Stagno
Livorno è sede di una antica raffineria di proprietà di Agip, risalente agli quaranta del secolo scorso, con problemi di inquinamento atmosferico e delle falde acquifere. Eni conferma la decisione di realizzare la terza bioraffineria in Italia a Livorno. Il progetto, annunciato nell’ottobre 2022 e per il quale è stata presentata istanza di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nel novembre 2022, è in attesa del completamento delle autorizzazioni e prevede la costruzione di tre nuovi impianti per la produzione di biocarburanti idrogenati: un’unità di pretrattamento delle cariche biogeniche, un impianto Ecofining™ da 500mila tonnellate/anno e un impianto per la produzione di idrogeno da gas metano.
La conversione del sito industriale di Livorno, sul modello di quanto già realizzato nel 2014 a Porto Marghera e nel 2019 a Gela, conferma la strategia di decarbonizzazione di Eni volta a traguardare la neutralità carbonica entro il 2050 e ad aumentare la capacità di bioraffinazione dagli attuali 1,65 milioni di tonnellate/anno agli oltre 5 entro il 2030.
In linea con la decisione strategica di convertire la raffineria di Livorno, che consentirà di assicurare un futuro produttivo e occupazionale al sito, Eni ha interrotto le importazioni di greggio e ha conseguentemente avviato la fermata delle linee produttive lubrificanti e dell’impianto Topping. La distribuzione di carburanti sul territorio sarà garantita dall’importazione di prodotti finiti e semilavorati.
Le aree dove sono previsti i tre nuovi impianti per la bioraffinazione sono già cantierizzate per i lavori preparatori e l’avvio della costruzione è previsto dopo l’ottenimento dell’autorizzazione di legge, con completamento e avvio entro il 2026.
Gli impianti saranno in grado di trattare diversi tipi di cariche biogeniche, prevalentemente scarti e residui di origine vegetale, per produrre HVO diesel, HVO nafta e bio-GPL. Eni, tramite Enilive, è il secondo produttore di biocarburanti idrogenati (HVO) in Europa e il terzo a livello mondiale.
La strategia di crescita è trainata dalla crescente domanda in Europa e in Italia di biocarburanti per la mobilità, sia per gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dalla RED III di recente approvazione (Renewable Energy Directive), sia per gli obblighi di immissione al consumo di biocarburanti in purezza definiti dalla normativa italiana. A livello globale, le stime prevedono che la domanda di biocarburanti idrogenati aumenterà del 65% nel periodo 2024-2028.
La riconversione del sito petrolifero di Priolo
Resistere in questa difficile congiuntura provocata dalla pandemia. Ed essere pronti a rilanciare sul fronte degli investimenti green. È la strategia di Lukoil, il gruppo russo che è proprietario della raffineria Isab che si trova a Priolo, nell’area industriale del siracusano. Sul fronte degli investimenti ambientali il gruppo russo ha concluso nelle scorse settimane la grande fermata della raffineria con un investimento complessivo di 168,5 milioni di cui 93,1 milioni per manutenzione e 75,4 milioni di nuovi lavori con interventi di adeguamento per il rispetto della normativa ambientale. Per un totale di oltre 4.000 persone impiegate e uno sforzo sul fronte della sicurezza e dei piani anti-Covid di non poco conto.
Un impegno con annessi investimenti in un momento difficile per la raffineria che, lo ricordiamo, lavora mediamente ogni anno tra i 10 e i 12 milioni di tonnellate di greggio e dà lavoro mediamente a 2.600 persone tra diretto e indotto. Intanto sul tavolo del management siciliano di Isab c’è già un progetto di investimento che vale tra i 600 e gli 800 milioni: il dossier è allo studio e sta per essere perfezionato. L’idea è quella di entrare nel mercato degli eco-fuel grazie a investimenti sulla tecnologia che porterebbero a una trasformazione del complesso industriale di Priolo. Tecnicamente, senza entrare troppo in dettagli, si tratta di produrre nuovo combustibile da Gas di
Sintesi come alternativa al suo utilizzo nelle turbine a gas per la produzione di energia elettrica. «Il progetto produce dei benefici ambientali importanti, riducendo considerevolmente l’impatto ambientale della raffineria grazie alla riduzione significativa delle emissioni clima-alteranti - spiegano dall’azienda -. In particolare, a pari quantità di Syngas utilizzato, la produzione di Co2 derivante dal processo di sintesi è pari a quasi la metà rispetto a quella derivante dall’attuale processo di produzione di energia elettrica nelle macchine turbogas». Non solo: si aggiunge anche la possibilità in futuro «di valutare eventuali tecnologie per potere immagazzinare la quota di Co2 ad alto titolo potenzialmente recuperabile dal processo di rimozione gas acidi». Complessivamente, secondo le previsioni, questo progetto porterebbe a una ulteriore diminuzione delle emissioni del 30 per cento.
Estromesso il colosso russo Lukoil dopo l’embargo del petrolio di Mosca e le sanzioni imposte dall’Unione Europea, l’offerta di Goi Energy è quella che più di tutte ha convinto il Governo italiano e le amministrazioni locali. Il piano industriale presentato alle istituzioni dal management insiste sulla salvaguardia dei posti di lavoro, sugli investimenti sullo sviluppo e la riconversione green della raffineria. Ulteriori garanzie sono state date sul fronte dell’ammodernamento delle strutture esistenti e dell’innovazione dell’impianto.
Il Sud Est della Sicilia si offre come modello industriale a marcata transizione ecologica se, come è sotto gli occhi di tutti, gli impianti di Gela producono oggi biocarburanti, se Enimed estrae 30.000 metri cubi di gas al giorno a Ragusa ed Enel acquista giornalmente 24 megawatt di energia elettrica prodotta da un cogeneratore alimentato dal gas prodotto.
La riconversione di Porto Marghera
A Porto Marghera, Venezia, ENI ha realizzato la prima bioraffineria convertendo i vecchi impianti grazie a tecnologie sviluppate dai suoi Centri Ricerche. Il rinnovamento ha coinvolto anche gli altri cicli produttivi, rendendoli sempre più proiettati nella transizione energetica. Con questo approccio ha aumentato la capacità installata nelle rinnovabili e sta sviluppando un polo per il riciclo delle plastiche.
Il piano di trasformazione del sito industriale di Porto Marghera, avviato molti anni fa, riguarda tutte le attività di Eni e delle società controllate Enilive, Eni Rewind, Versalis e Plenitude. Le attività previste contribuiranno a concretizzare, attraverso nuovi progetti industriali, la transizione energetica, la riduzione delle emissioni di CO2 e lo sviluppo dell’economia circolare, anche applicata all’energia. Il piano di trasformazione prevede investimenti per circa 790 milioni di euro e il rimpiego dell’occupazione presente.
La bioraffineria di Venezia produce biocarburanti di qualità (HVO - Hydrotreated Vegetable Oil, olio vegetale idrogenato) da materie prime di origine biogenica. Al momento della sua inaugurazione, nel 2014, era il primo esempio al mondo di completa riconversione di una raffineria tradizionale in bioraffineria. Alla base del processo vi è la tecnologia proprietaria EcofiningTM. La bioraffineria è alimentata prevalentemente (circa 85%) da materie prime di scarto, come oli esausti da cucina, grassi animali e residui dell’industria agroalimentare per la produzione di biocarburanti, HVO diesel, bio-GPL, di bio-jet e di bio-nafta destinata alla filiera della chimica.
A Venezia è in fase di permitting un impianto per la produzione di carburanti sostenibili per l’aviazione (Sustainable Aviation Fuel – SAF). I bio-componenti trattati, una volta distillati, daranno origine a Eni Biojet, un carburante miscelabile con il prodotto convenzionale.
L’ex petrolchimico di Porto Marghera è considerato Sito di Interesse Nazionale e cioè un’area che necessita di interventi di risanamento speciali a seguito delle attività che si sono svolte nel corso di decenni, da parte di più aziende. La bonifica ambientale è in capo a Eni Rewind, la società ambientale di Eni. Le prime attività sono iniziate negli anni Novanta con la messa in sicurezza degli impianti dismessi e la campagna di analisi sistematica su suoli e acque. Successivamente è stata avviata l’attività di bonifica vera e propria, già conclusa per alcune aree, mentre per le rimanenti è in corso di esecuzione.
Nell’ambito del piano di riqualificazione di Porto Marghera, Eni Rewind ha presentato un progetto per l’essiccamento e la valorizzazione energetica dei residui della depurazione civile (fanghi di depurazione) attraverso le tecnologie attualmente più avanzate.
La trasformazione delle attività produttive a Porto Marghera coinvolge anche Versalis, la società chimica di Eni, attraverso nuove iniziative industriali basate sul modello dell’economia circolare. Il progetto di punta prevede la realizzazione di un polo per il riciclo meccanico avanzato delle plastiche post- consumo. In una prima fase, l’obiettivo è ricavare prodotti per l’imballaggio e per l’edilizia completamente ottenuti da rifiuti in polistirene espanso e compatto, selezionati dall’industria e dal commercio. Successivamente, verrà costruito un impianto per il riciclo meccanico avanzato di rifiuti plastici selezionati, ottenuti dalla raccolta differenziata, in particolare polistirene e polietilene ad alta densità. Inoltre, verrà realizzato il primo impianto in Italia per la produzione di alcool isopropilico, un ingrediente di disinfettanti, detergenti e molti altri prodotti che, attualmente, viene completamente importato. Parallelamente, si sta investendo nel rafforzamento del polo logistico per aumentarne ulteriormente la flessibilità.
A Porto Marghera, attraverso Plenitude, si stanno realizzando due impianti fotovoltaici con una capacità installata di 3,55 MW e 2,7 MW. Sono realizzati in aree un tempo utilizzate per processi industriali e già sottoposte a interventi di riqualificazione ambientale da parte di Eni Rewind. In questo modo, oltre a fornire energia rinnovabile al sito produttivo, si ottiene l’utilizzo della superficie produttiva riutilizzando aree dismesse che non potrebbero ospitare altri tipi di attività. ENI è in attesa delle ultime autorizzazioni per avviare il cantiere del nuovo impianto di produzione di idrogeno rinnovabile (Steam Reforming) che verrà erogato tramite pipeline nella nuova stazione di servizio Eniline destinata al rifornimento di idrogeno degli autobus dell’Azienda Veneziana della Mobilità. Il progetto, aggiudicatario del finanziamento in ambito PNRR per la Sperimentazione dell’idrogeno per il trasporto stradale, è attualmente in corso di progettazione.
1 L’indice di ricambio è il rapporto fra le percentuali di residenti di età inferiore ai 19 anni e quelle di residenti di età pari o superiore ai 64. Quando è inferiore ad uno, indica che le classi giovanili non riescono a sostituire numericamente gli anziani che vanno in pensione.
2 Gli indici di specializzazione indicano una particolare specializzazione produttiva rispetto al resto della regione se sono superiori ad uno. Tanto più sono grandi rispetto all’unità, tanto più l’area è specializzata in quel determinato settore produttivo.
3 Poiché il valore aggiunto è pressoché pari al PIL, utilizzeremo il dato dei redditi imponibili totali come proxy del PIL della Val d’Agri.